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Questa guerra non ha a che fare con il terrorismo

20 marzo 2003.

Domani è il 1° giorno di primavera e questa guerra ha nome: "Colpisci e terrorizza". Hanno scelto il nome giusto per il 1° giorno di primavera! Ma questa guerra non ha a che fare con le armi di distruzione di massa. Questa guerra non è per la democrazia nell'Iraq. Questa guerra è per qualcos'altro.

Per quanto riguarda il terrorismo: Saddam Hussein è un crudele dittatore, ma l'idea che sia legato a Bin Laden è ridicola.

Saddam è il capo della sezione irachena del Baath, un partito fortemente laico. Bin Laden è un fondamentalista islamico e Al Qaeda si propone di distruggere i partiti laici nella nostra regione. Per le armi di distruzione in massa: quando Saddam impiegava gas venefici letali contro gli iraniani (e contro i curdi loro alleati in Iraq), gli Stati Uniti lo appoggiavano.

Allora l'America era interessata a fermare gli iraniani. Oggi vi sono armi chimiche e biologiche nella maggior parte dei paesi della regione, compresi l'Egitto, la Siria e Israele e uno di questi ha armi nucleari. Per la democrazia: agli americani non gliene importa niente. Alcuni dei loro migliori amici nel mondo islamico sono dittatori, alcuni più crudeli di Saddam, altri meno. Come dice un vecchio adagio americano: «E' un figlio di puttana ma è nostro».

Allora, per che cosa è questa guerra? In una parola: petrolio. C'è un forte odore di petrolio nell'aria.

Chi non lo percepisce non può capire che cosa sta succedendo. Se si capisce questo, le iniziative di Bush e compagni, ancorché ciniche e ipocrite, diventano del tutto logiche. Gli obiettivi di guerra americani sono: stabilire il controllo americano sulle immense riserve di petrolio irachene, tra le più grandi del mondo; assicurare il controllo americano sulle vicine, imponenti riserve petrolifere del Mar Caspio; rafforzare l'indiretto controllo americano sul petrolio di altri Stati del Golfo, come l'Arabia Saudita, il Kuwait e l'Iran. Il controllo della maggior parte delle riserve mondiali affrancherà, alla lunga, gli americani dai condizionamenti del mercato petrolifero.

La loro mano, e la loro soltanto, determinerà le tabelle, loro e loro soltanto fisseranno i prezzi per il mondo intero. Se vorranno farli salire, saliranno, se vorranno farli scendere scenderanno. Con un semplice gesto, saranno in grado di assestare un colpo devastante alle economiche della Germania, della Francia e del Giappone. Nessun paese sarà in grado di resistere alle loro pressioni, in ogni campo. Non sorprende che la Germania e la Francia si oppongano alla guerra. Essa è contro di loro.
Certo, Bush cercherà di insediare qualche genere di governo indigeno, per camuffare e legittimare in qualche modo l'occupazione americana. C'è un certo numero di volontari, pronti a servire da quisling. Forse Bush preferisce un qualche nuovo Saddam Hussein, un dittatore da loro nominato. Ma la guerra è guerra. Di solito, comincia con qualche piano ben preparato, ma anche il "migliore" dei piani, sostenuto dalla più grande potenza militare, può andare storto. Le masse arabe possono insorgere contro governi sostenuti dagli americani, corrotti, apatici.

I turchi possono perpetrare un massacro nel nord dell'Iraq per stroncare i curdi una volta per tutte e nessuno può dire come finirà. I luoghi santi sciiti nel sud dell'Iraq, prossimi all'Iran, possono essere causa di incidenti. Come influirà tutto questo su Israele? O, per usare la vecchia espressione: «E' buono per gli ebrei?».

Le relazioni tra Bush e Sharon sono quasi simbiotiche. Dal punto di vista di Sharon la massiccia presenza degli Stati Uniti nella nostra regione rafforza Israele e lo metterà in grado di realizzare la sua agenda nascosta. Ma, come si dice in ebraico, «la coda grassa della pecora contiene una spina»: l'occupazione permanente dell'Iraq trasforma gli Stati Uniti in una potenza "araba", con un interesse vitale per la stabilità e la tranquillità della regione.

Essi vorranno impedire con ogni mezzo che il caos si diffonda nei paesi arabi, prima, durante e dopo la guerra. Sharon e i suoi generali, al contrario, sono interessati al maggior caos possibile, per servirsene nel senso del transfer di milioni di palestinesi oltre il Giordano. Tra Bush e Sharon c'è un netto conflitto di interessi.

Estremista ma personalmente prudente, Sharon sa di non dovere, in nessuna circostanza, suscitare l'ira di Bush. Agirà con cautela. E' molto, molto paziente e molto, molto ostinato. Cercherà di ottenere da Bush il permesso di "trasferire" (almeno parte dei) palestinesi, di uccidere Arafat (se si può fare con Saddam, perché non con Arafat?) e di spezzare la schiena dei palestinesi. Dal canto suo, Bush vorrà che Israele resti calmo, molto calmo. All'occasione, potrà usare Israele per tenere calmi, molto calmi, anche gli arabi.

Tutto questo giova a Israele? Dal punto di vista economico, sociale e della sicurezza, la risposta è no. Entriamo nell'era dell'avventurismo, con l'avventuriero numero uno al timone del nostro Stato. La terra tremerà nella nostre regione e nessuno può prevedere i pericoli che si approssimano. Una cosa è certa: non ci sarà la pace. Non sono di quelli che parlano della guerra con equanimità. Ho visto la guerra, conosco il suo volto.

Vedo le migliaia che morranno, le decine di migliaia che resteranno feriti e mutilati, le centinaia di migliaia che diventeranno profughi, le famiglie distrutte, il mare delle lacrime e delle umane sofferenze. Sono con i milioni che, in tutto il mondo, dicono no.

di Uri Avnery (del movimento israeliano Blocco per la pace) - 13 febbraio 2003

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