Questa guerra non ha a che
fare con il terrorismo
Questa guerra non ha a che fare con le armi di
distruzione di massa. Questa guerra non è per la democrazia nell'Iraq.
Questa guerra è per qualcos'altro.
Per quanto riguarda il terrorismo: Saddam
Hussein è un crudele dittatore, ma l'idea che sia legato a Bin Laden è
ridicola.
Saddam è il capo della sezione irachena del Baath, un partito fortemente
laico. Bin Laden è un fondamentalista islamico e Al Qaeda si propone di
distruggere i partiti laici nella nostra regione. Per le armi di distruzione
in massa: quando Saddam impiegava gas venefici letali contro gli iraniani (e
contro i curdi loro alleati in Iraq), gli Stati Uniti lo appoggiavano.
Allora l'America era interessata a fermare gli iraniani. Oggi vi sono armi
chimiche e biologiche nella maggior parte dei pesi della regione, compresi
l'Egitto, la Siria e Israele e uno di questi ha armi nucleari. Per la
democrazia: agli americani non gliene importa niente. Alcuni dei loro
migliori amici nel mondo islamico sono dittatori, alcuni più crudeli di
Saddam, altri meno. Come dice un vecchio adagio americano:
«E' un figlio di puttana ma è
nostro».
Allora, per che cosa è questa guerra? In una parola: petrolio.
C'è un forte odore di petrolio
nell'aria.
Chi non lo percepisce non può capire che cosa sta succedendo. Se si capisce
questo, le iniziative di Bush e compagni, ancorché ciniche e ipocrite,
diventano del tutto logiche. Gli obiettivi di guerra americani sono:
stabilire il controllo americano sulle immense riserve di petrolio irachene,
tra le più grandi del mondo; assicurare il controllo americano sulle vicine,
imponenti riserve petrolifere del Mar Caspio; rafforzare l'indiretto
controllo americano sul petrolio di altri Stati del Golfo, come l'Arabia
Saudita, il Kuwait e l'Iran. Il controllo della maggior parte delle riserve
mondiali affrancherà, alla lunga, gli americani dai condizionamenti del
mercato petrolifero.
La loro mano, e la loro soltanto, determinerà le tabelle, loro e loro
soltanto fisseranno i prezzi per il mondo intero. Se vorranno farli salire,
saliranno, se vorranno farli scendere scenderanno. Con un semplice gesto,
saranno in grado di assestare un colpo devastante alle economiche della
Germania, della Francia e del Giappone. Nessun paese sarà in grado di
resistere alle loro pressioni, in ogni campo. Non sorprende che la Germania
e la Francia si oppongano alla guerra. Essa è contro di loro.
Certo, Bush cercherà di insediare qualche genere di governo indigeno,
per camuffare e legittimare in qualche modo l'occupazione americana. C'è un
certo numero di volontari, pronti a servire da quisling. Forse Bush
preferisce un qualche nuovo Saddam Hussein, un dittatore da loro nominato.
Ma la guerra è guerra. Di solito, comincia con qualche piano ben preparato,
ma anche il "migliore" dei piani, sostenuto dalla più grande potenza
militare, può andare storto. Le masse arabe possono insorgere contro governi
sostenuti dagli americani, corrotti, apatici.
I turchi possono perpetrare un massacro nel nord dell'Iraq per stroncare i
curdi una volta per tutte e nessuno può dire come finirà. I luoghi santi
sciiti nel sud dell'Iraq, prossimi all'Iran, possono essere causa di
incidenti. Come influirà tutto questo su Israele? O, per usare la vecchia
espressione: «E' buono per gli ebrei?».
Le relazioni tra Bush e Sharon sono quasi simbiotiche. Dal punto di vista di
Sharon la massiccia presenza degli Stati Uniti nella nostra regione rafforza
Israele e lo metterà in grado di realizzare la sua agenda nascosta. Ma, come
si dice in ebraico, «la coda grassa della pecora contiene una spina»:
l'occupazione permanente dell'Iraq
trasforma gli Stati Uniti in una potenza "araba", con un interesse
vitale per la stabilità e la tranquillità della regione.
Essi vorranno impedire con ogni mezzo che il caos si diffonda nei paesi
arabi, prima, durante e dopo la guerra. Sharon e i suoi generali, al
contrario, sono interessati al maggior caos possibile, per servirsene nel
senso del transfer di milioni di palestinesi oltre il Giordano. Tra Bush e
Sharon c'è un netto conflitto di interessi.
Estremista ma personalmente prudente, Sharon sa di non dovere, in nessuna
circostanza, suscitare l'ira di Bush. Agirà con cautela. E' molto, molto
paziente e molto, molto ostinato. Cercherà di ottenere da Bush il permesso
di "trasferire" (almeno parte dei) palestinesi, di uccidere Arafat (se si
può fare con Saddam, perché non con Arafat?) e di spezzare la schiena dei
palestinesi. Dal canto suo, Bush vorrà che Israele resti calmo, molto calmo.
All'occasione, potrà usare Israele per tenere calmi, molto calmi, anche gli
arabi.
Tutto questo giova a Israele? Dal punto di vista economico, sociale e della
sicurezza, la risposta è no. Entriamo nell'era dell'avventurismo, con
l'avventuriero numero uno al timone del nostro Stato. La terra tremerà nella
nostre regione e nessuno può prevedere i pericoli che si approssimano.
Una cosa è certa: non ci sarà la
pace. Non sono di quelli che parlano della guerra con equanimità. Ho
visto la guerra, conosco il suo volto.
Vedo le migliaia
che morranno, le decine di migliaia che resteranno feriti e mutilati, le
centinaia di migliaia che diventeranno profughi, le famiglie distrutte, il
mare delle lacrime e delle umane sofferenze. Sono con i milioni che, in
tutto il mondo, dicono no.
di Uri Avnery (del
movimento israeliano Blocco per la pace) - 13 febbraio 2003
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