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Questa è la bandiera dell' Italia.
This is the flag of Italy. |
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Stato dell'Europa meridionale, costituito dalla lunga penisola che si estende
al centro del mar Mediterraneo, limitato a nord dalle Alpi; 301.277 km²;
57.138.489 ab. Moneta: lira italiana.
Cap. Roma.
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Ordinamento
L'Italia è una Repubblica; la costituzione, promulgata il 27 dicembre
1947 ed entrata in vigore l'1 gennaio 1948, attribuisce al Parlamento (Camera
dei deputati e Senato) il potere legislativo e la funzione di controllo
sull'indirizzo e sull'attività del potere esecutivo (Consiglio dei
ministri). Il Parlamento elegge inoltre, in seduta comune, il presidente
della Repubblica che mantiene la carica per sette anni e a cui spetta la
nomina del presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri.
Amministrativamente il paese suddiviso in 20 regioni (di cui 5 a statuto
speciale: Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia
e Sardegna) e 103 province, otto delle quali istituite nel 1992.
.
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Posizione e Confini
L'Italia ha una superficie di circa 322.000 km², mentre entro
i confini politici la sua superficie è di 301.277 km². Lungo
l'arco alpino l'I. confina a occidente con la Francia, a nord con la Svizzera
e l'Austria, e a est con la Slovenia. Il confine marittimo è costituito
a occidente dal mar Ligure, dal mar Tirreno e dal mar di Sardegna (a ovest
dell'isola da cui prende il nome), a sud dal mar di Sicilia, a SE dal mar
Ionio e a est dal mar Adriatico, comprendendo in questo confine numerose
isole e arcipelaghi.
Le coste
Le coste italiane sono caratterizzate sia da marine basse e uniformi
(specie nel versante adriatico) sia da scogliere alte e frastagliate che
formano numerose baie e golfi (di Genova, Gaeta, Napoli, Salerno, Taranto,
Trieste, Venezia, Policastro, Sant'Eufemia, Squillace, Manfredonia).
Rilievo
Il sollevamento delle Alpi e degli Appennini si è verificato
in seguito al congiungimento alpino-himalaiano nel periodo Cenozoico. La
fisionomia del paese si è meglio definita nel periodo Neozonico
in seguito ai fenomeni eruttivi, al modellamento esercitato prima dai ghiacciai
e in seguito dalle acque, e ai depositi alluvionali che crearono le pianure.
Il territorio dell'I. si presenta in massima parte accidentato, poiché
è costituito per l'80% da colline e montagne, e solo per il 20%
da pianure. Del sistema alpino appartiene all'I. quasi tutto il versante
interno, alto baluardo lungo circa 1.000 km, tagliato peraltro in più
punti da valichi facilmente transitabili (Moncenisio, Sempione, Brennero,
ecc.). Le vette più elevate si trovano nelle Alpi Occidentali, dove
numerose cime superano i 4.000 m; il Monte Bianco, la più alta,
raggiunge i 4.810 m. La pianura padano-veneta o Padania è la maggiore
delle pianure italiane, con una superficie di 46.000 km² (15% del
territorio italiano). L'Appennino è costituito da un fascio di catene
che si estendono dal colle di Cadibona fino all'estremità occidentale
della Sicilia, per una lunghezza di 1.350 km e una larghezza variabile
fra i 40 e i 100 km. Da una parte e dall'altra, ma soprattutto a occidente,
l'Appennino è limitato da rilievi collinari che prendono il nome
di Antiappennino: questo si presenta in parte vulcanico nella Toscana meridionale
(monte Amiata) e soprattutto nel Lazio e nella Campania (vulcani laziali,
Campi Flegrei, Vesuvio, ecc.), calcareo nella Puglia (altopiano delle Murge,
promontorio del Gargano). Le pianure peninsulari, anche se abbastanza numerose,
appaiono di modesta estensione e generalmente costiere. Lungo il versante
adriatico, la pianura di maggior ampiezza è il Tavoliere delle Puglie.
La Sicilia si può considerare come la prosecuzione del sistema appenninico.
Nella parte orientale dell'isola, l'Etna, con suoi 3.323 m, rappresenta
il vulcano più alto d'Europa. Quanto alla Sardegna, essa è
formata da un vecchio tavolato ercinico dislocato; vi si trova un massiccio
granitico molto esteso nella parte orientale e rocce più recenti
nella parte occidentale.
Clima
Le condizioni termiche variano notevolmente da zona a zona, ma soprattutto
da nord a sud, non tanto in estate quanto in inverno: a parte le aree montuose,
a Milano in media si hanno in luglio 24° e a Palermo 26°; rispettivamente,
in gennaio le medie sono di 1° o 2° a Milano, e 12° a Palermo.
Quanto ai venti, l'I. rimane nell'area di influenza dei venti occidentali,
di ovest e di sud-ovest soprattutto, che sono apportatori di piogge. Tra
l'inverno e la primavera spirano anche venti da nord e da nord-est (bora).
In estate, lungo le coste e nelle vallate intermontane prevalgono i venti
locali di brezza. La distribuzione delle precipitazioni dipende dai venti
e dalle condizioni morfologiche e altimetriche, che variano da luogo a
luogo. In generale i valori massimi si hanno in corrispondenza della massa
alpina e della zona assiale appenninica, con valori progressivamente decrescenti
da nord a sud.
Idrografia
La presenza dell'arco alpino e della pianura padana ha fatto sì
che proprio nell'I. settentrionale si siano formati i maggiori fiumi italiani,
mentre la posizione dell'Appennino rispetto al Tirreno e all'Adriatico
ha determinato, lungo il versante orientale, solo la formazione di fiumi
di breve percorso; i maggiori corsi d'acqua peninsulari scorrono verso
il Tirreno. Il Po è il maggiore dei fiumi italiani. Il secondo fiume
d'I. è l'Adige. I due maggiori fiumi della penisola, per lunghezza
e ampiezza di bacino, sono l'Arno e il Tevere. I fiumi tributari dell'Adriatico
sono più brevi di quelli tirrennici, hanno profilo più irregolare
e sono più poveri di acque. I fiumi calabresi più a sud hanno
un corso molto breve e presentano un carattere torrentizio estremo (fiumare),
con piene violentissime e lunghi periodi di totale mancanza d'acqua. Hanno
carattere di fiumara anche molti corsi d'acqua della Sicilia, dove però
non mancano fiumi di una certa lunghezza. Alla fitta rete idrografica fa
riscontro, in I., una grande abbondanza di laghi. Tra le Prealpi e la pianura
padana, procedendo da ovest a est si incontrano il lago Maggiore, il lago
di Como, il lago di Garda. Nella penisola si hanno laghi di origine in
parte tettonica come il Trasimeno, il maggiore dei laghi peninsulari italiani.
I laghi vulcanici si trovano quasi tutti nel Lazio (lago di Bolsena, di
Vico, di Bracciano, di Albano e di Nemi); in Campania i laghi dei Campi
Flegrei. Numerosi laghi e stagni costieri, infine, nella penisola e in
Sardegna.
Vegetazione
La vegetazione alpina varia a seconda delle zone altitudinali: alla
quota più alta ci sono muschi e licheni; scendendo verso il basso
si incontrano boschi di conifere e quindi faggeti; nel sottobosco, querce
e castagni. La pianura padana è intensamente coltivata, sono rari
i boschi di querce e roveri e le macchie di eriche e ginestre. Nella regione
appenninica sono presenti, nell'area più bassa, querce e piante
di tipo mediterraneo, e, in quella più alta, conifere, boschi e
prati. La vegetazione della regione ligure-appenninica e di quella adriatica
è costituita dalla macchia mediterranea (pini domestici e marittimi
con sottobosco di timo e ginestre; lavanda; rosmarino, ecc.)
Fauna
In I. la fauna è caratterizzata da una grande varietà
di specie. Nelle Alpi vivono stambecchi, camosci, ermellini; più
rari sono orsi e cervi. La Sardegna e le isole vicine sono popolate da
mufloni, daini, gatti selvatici e cinghiali. I lupi sono presenti sugli
Appennini e in Sicilia, mentre gli orsi non sono rari in Abruzzo. In tutto
il paese sono diffusi scoiattoli, lepri, volpi, tassi, marmotte, ghiri,
topi, pipistrelli, lucertole, vipere, bisce d'acqua, rane, diverse specie
di insetti, molluschi e altri invertebrati. L'I. costituisce inoltre una
importante via migratoria per alcune specie di uccelli. Il passero tra
le specie più diffuse nel paese. Specie proprie delle Alpi sono
il gallo cedrone, il francolino di monte, il fagiano di monte, la pernice
e il picchio. In Sardegna si trovano gruiformi, passeriformi, fenicotteri
e rapaci. Diffusi sono anche i tordi, le quaglie e le beccacce. La fauna
marina ricca presso il golfo di Napoli, lo stretto di Messina e nel mar
Ligure. Nei nostri mari abbondano soprattutto sardine, acciughe, tonni
e sgombri.
Parchi nazionali
Ai primi cinque parchi nazionali: il Parco nazionale del Gran Paradiso
(Piemonte-Valle d'Aosta), creato nel 1922 e vasto 56 mila ha; il Parco
nazionale dello Stelvio, istituito nel 1935, vasto 95 mila ha; il Parco
nazionale d'Abruzzo, creato nel 1923 e vasto 38.000 ha; il Parco nazionale
del Circeo, creato nel 1934, vasto 3.200 ha; il Parco nazionale della Calabria,
creato nel 1968, nel 1989 il ministero dell'ambiente ha affiancato quattordici
nuove aree protette di interesse nazionale.
Geografia umana
La popolazione è all'incirca raddoppiata in un secolo, passando
da 26,1 milioni a 49,9 milioni fra il 1861 e il 1961. Paradossalmente,
questa crescita del tasso annuale di mortalità è il prodotto
dell'allungamento della vita. Intanto il tasso di natalità è
costantemente diminuito. Accentuate restano comunque le differenze regionali:
il Centro-Nord è in fase di regresso demografico mentre il Sud presenta
ancora incrementi, anche se lievi, di popolazione. Dalla riduzione delle
nascite deriva un invecchiamento della popolazione. L'I. detiene il primato
del più basso livello di fecondità di tutto il mondo (con
un valore medio di 1,2-1,3 figli per donna nel 1992). L'I. è diventata
paese di immigrazione. La popolazione italiana è per oltre l'83%
cattolica; sono presenti minoranze protestanti (200.000 circa), di musulmani
(300.000 circa) e di ebrei (35.000 circa).
Geografia economica
Il paese è piuttosto povero di risorse naturali. L'economia
italiana è dunque essenzialmente un'economia di trasformazione,
che ha il suo punto di forza nell'industria manifatturiera.
Agricoltura
Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale le attività
agricole avevano ancora un peso sostanzialmente pari a quello dell'industria
o a quello delle attività del settore terziario. Quarant'anni più
tardi, alla fine degli anni Ottanta, esse occupavano meno del 10% delle
forze di lavoro complessive e contribuivano a determinare il reddito nazionale
in misura di poco superiore al 5%. Comune a tutto il paese è la
riduzione della superficie coltivata e soprattutto l'esodo delle forze
di lavoro dall'agricoltura, protrattosi a lungo al ritmo di 200/300.000
unità in meno ogni anno. In ogni caso, la riduzione del numero degli
occupati non ha inciso sulla produzione, che anzi è costantemente
aumentata. I motivi stanno nelle opere di bonifica, di rimboschimento,
di creazione di bacini artificiali e di acquedotti e nel sempre maggior
impiego di moderni macchinari, di fertilizzanti e di sementi selezionate.
Il settore cerealicolo mantiene un'importanza basilare nell'economia agricola
nazionale. Il raccolto di riso soddisfa pienamente il fabbisogno interno
e consente una discreta esportazione. La produzione di orzo è più
che raddoppiata in un solo decennio, mentre risulta stazionaria o in calo
quella di segale e di avena.
Fra le coltivazioni industriali primeggia per quantità la barbabietola
con una produzione di zucchero che arriva a soddisfare una buona parte
del fabbisogno interno, mentre risultano in crescita il tabacco e ancor
più i semi di girasole. Fenomeno tipico degli anni Ottanta è
stata l'improvvisa esplosione della produzione di soia, di cui il paese
è diventato il maggior produttore ed esportatore europeo. Fra le
coltivazioni del settore legnoso, primeggiano sempre quelle vitivinicole,
per cui l'I. si contende con la Francia i primi posti nel mondo. Ha realizzato
inoltre un grande balzo qualitativo il settore oleario. Da primato è
anche la produzione di agrumi, con il secondo posto nel mondo per i limoni
e entro i primi dieci posti per le arance e per i mandarini. L'altra frutta
(mele, pere, pesche, albicocche, ciliege, ecc.) e le produzioni ortive
(cipolle, cavoli, carciofi, insalata, zucchine, piselli, ecc.) mantengono
una grande importanza specialmente per il consumo interno e hanno fatto
registrare un miglioramento qualitativo più che quantitativo. La
superficie forestale italiana non è molto estesa (poco più
del 20% del territorio nazionale) ed è frequentemente devastata
da un gran numero di incendi, spesso dolosi. Un lieve aumento della produzione
di legname non è bastato ad attenuare la dipendenza dall'estero
nel settore del legno e, soprattutto, in quelli della cellulosa e della
carta.
Allevamento
L'autosufficienza non è ancora stata raggiunta. Il punto debole
è rappresentato dai bovini. L'allevamento suino risulta costantemente
in espansione, sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo,
mentre il numero di polli e di conigli si è più che decuplicato.
Si mantiene stabile l'allevamento ovino e caprino.
Pesca
I mari italiani sono per loro natura meno pescosi delle acque atlantiche
e l'inquinamento ha contribuito ad aggravare la situazione. Altri ostacoli
a un maggior sviluppo del settore vengono dallo stato di arretratezza di
una parte della flottiglia peschereccia e dalle frequenti controversie
con la Tunisia, la Libia e la Croazia circa l'accesso alle zone di pesca
vicine a questi paesi.
Risorse energetiche e minerarie
Il paese non manca di fonti energetiche: esso figura fra i maggiori
produttori di energia idroelettrica, è ben fornito di gas naturale,
non è del tutto privo nemmeno di petrolio e di carbone e negli ultimi
decenni ha più che raddoppiato la produzione interna. Ma i consumi
energetici nazionali sono più che doppi rispetto alla produzione
interna e si sorreggono su un massiccio ricorso a importazioni, soprattutto
petrolifere.
Industria
Per un lungo periodo lo sviluppo delle industrie si è concentrato
nel «triangolo industriale» (Milano, Torino, Genova) e in genere
nelle regioni settentrionali, favorite dalla disponibilità di capitali
preesistenti, dalla facilità delle comunicazioni e dalla vicinanza
al centro Europa più ricco e più attivo. Questo sviluppo
ha messo in moto lo spostamento di centinaia di migliaia di lavoratori
e di interi nuclei familiari, che si sono travasati anzitutto dal Mezzogiorno
al Settentrione, e più in generale dalla montagna, dalle campagne,
dai piccoli centri verso le grandi città industriali, provocandone
la congestione. La situazione si è profondamente modificata fra
gli anni Settanta e gli anni Ottanta. L'imporsi di nuovi modelli di vita,
di nuovi bisogni e di nuovi interessi ha rotto il sostanziale equilibrio
fra attività industriali e terziario, a tutto vantaggio di quest'ultimo.
Fra i settori tradizionalmente più forti dell'industria italiana
spicca quello meccanico. Operano in questo settore le due maggiori multinazionali
del paese: la FIAT, tra i primi produttori automobilistici europei, e l'Olivetti,
grande produttrice ed esportatrice di macchine per scrivere, calcolatrici,
computer e materiale elettronico. In attivo risultano anche il settore
delle macchine utensili, per la lavorazione del legno e dei metalli, e
quello dell'automazione della fabbrica e dei modernissimi robot. Tradizionalmente
operosi sono pure i settori del tessile e dell'abbigliamento. Con la graduale
ma inarrestabile sostituzione dei metalli con le materie plastiche, è
entrato in crisi il settore siderurgico, per cui dopo estenuanti trattative
con i partner comunitari sono stati definiti drastici tagli. Fra le numerose
altre industrie del paese sono da citare almeno quelle attive nei settori
alimentare, del mobile, degli elettrodomestici, editoriale, della carta,
del cemento e del vetro. Le attività artigianali comprendono le
numerosissime lavorazioni di ferri battuti, vetri soffiati, vasi, ceste,
tappeti e oggetti di ogni genere in metallo, in legno e in cuoio.
Terziario
La continua evoluzione socioeconomica del paese trova il suo riscontro
nel progressivo sviluppo delle attività del settore terziario, che
alla fine degli anni Ottanta occupava da solo poco meno del 60% dei lavoratori
attivi. In forte crescita sono risultate le attività dei settori
bancario e assicurativo, pur se la tempestiva adozione di sistemi prima
meccanizzati, poi computerizzati, ha comportato una stasi o addirittura
una contrazione del numero degli occupati. Dopo una prima fase di forte
crescita, ha cominciato a ridursi pure il numero dei piccoli commercianti,
con la scomparsa di numerosi esercizi minori, sostituiti da un buon numero
di supermercati e di giganteschi ipermercati. Ininterrotta è risultata
invece la crescita nel settore delle telecomunicazioni. Nel corso degli
anni Ottanta si sono rivelati sempre più drammatici i problemi dell'intasamento
del traffico automobilistico nelle grandi città e della circolazione
su strade e autostrade, con una conseguente grave incidenza sull'inquinamento.
L'inquinamento ambientale e i problemi di circolazione rientrano fra i
motivi di preoccupazione nei confronti di quello che costituisce il maggior
punto di forza del terziario italiano, vale a dire il turismo. Un rilancio
del settore appare indispensabile, anche al fine di mantenere il sostanziale
equilibrio della bilancia dei pagamenti. L'I. membro dell'ONU, delle Comunità
Europee, del Consiglio d'Europa, dell'UEO, dell'OCDE e della NATO.
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Preistoria
I ritrovamenti preistorici consentono di dimostrare come il territorio
italico sia stato abitato fin dal periodo paleolitico inferiore. Più
numerosi i resti attribuibili al successivo periodo del paleolitico medio,
in cui fecero apparizione anche in I. individui della razza di Neandertal.
Dopo il periodo che vide, con l'apparizione degli utensili di rame, la
diffusione della cultura neolitica del vaso campaniforme, di estrazione
iberica, fiorirono le varie culture dell'età del bronzo, che vide
al Nord il grande sviluppo degli insediamenti palafitticoli e terramaricoli,
lungo la penisola le civiltà d'origine pastorale e al Sud la crescente
influenza del mondo culturale egeo. È solo con l'età del
ferro che possono individuarsi vari aggruppamenti in cui sono ravvisabili
i popoli dell'I. preromana con una loro peculiare fisionomia: a NO i Liguri,
a NE i Veneti, gli Etruschi nella zona corrispondente all'attuale Emilia-Toscana,
quindi le popolazioni propriamente dette italiche (Umbri, Sabini, Latini,
Equi, Volsci, Sanniti, Campani, Lucani, Bruzi, ecc.) nella zona centromeridionale,
lapigi nella Puglia, Siculi e Sicani in Sicilia, Sardi in Sardegna.
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Storia
A più riprese, le rivalità esistenti tra questi popoli diversi
per origine e livello culturale si risolsero in conflitti armati, soprattutto
tra Greci ed Etruschi. Gli Etruschi, sentendosi minacciati dall'espansione
dei Focesi di Marsiglia, si allearono con Cartagine e insieme ne distrussero
la flotta nelle acque di Aleria. Impadronitisi della Corsica, progredirono
oltre il Lazio alla conquista della Campania; ma la duplice disfatta di
Cuma (524 a.C.) e di Ariccia (505-504 a.C.) e la cacciata dei Tarquini
da Roma li costrinsero a retrocedere. La loro potenza si ridusse sempre
più quando, a metà del V sec. a.C., i Sanniti discesero dalle
montagne dell'Abruzzo e Molise per occupare le fertili pianure sottostanti
e nell'I. settentrionale i Galli, inserendosi tra Liguri e Veneti, irruppero
nella pianura padana, donde in seguito si riversarono nella penisola. Roma
iniziò allora il suo capolavoro politico-militare: la conquista
e l'unificazione dell'I. (IV-II sec. a.C.). Vi riuscì attraverso
numerose guerre (con i Latini, gli Etruschi, i Galli, i Sanniti, i Greci
Italioti) e un'arte di governo moderata e costruttiva.
Il nome I. si estese a buona parte della penisola, mentre il latino
diveniva la lingua comune. Poco dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.)
tutta la Gallia Cisalpina venne incorporata nell'I., che estese in tal
modo i confini settentrionali sino alle Alpi, dal Varo all'Arsa. Ma lo
sviluppo dell'Impero con le sue necessità di organizzazione diminuì
a poco a poco il primato dell'I. che finì definitivamente con lo
spostamento della capitale a Bisanzio. Con l'affermarsi del cristianesimo
le restava tuttavia un'altra funzione di preminenza: a Milano, ormai capitale
contro le minacce dei Barbari, sant'Ambrogio imponeva la sua volontà
all'imperatore Teodosio e a Roma il papato poneva le basi della sua universale
autorità.
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Il medioevo
Le invasioni barbariche.
Dopo la morte di Teodosio I il Grande (395), la divisione dell'Impero
romano, già avvenuta altre volte per periodi più o meno brevi
in passato, divenne definitiva. Da allora l'I. fu più volte invasa
da popolazioni barbariche (Unni, Goti, Visigoti, Ostrogoti) fino a quando
Odoacre (476) depose l'ultimo imperatore Romolo Augustolo e divenne re.
L'imperatore d'Oriente Giustiniano cercò in seguito di riconquistare
l'I. e ci riuscì dopo venti anni di lotte contro gli Ostrogoti.
Un altro popolo fece però la sua irruzione in I. conquistando il
Nord: i Longobardi (568). La dominazione longobarda ebbe fine dopo due
secoli con l'invasione di Carlo Magno, re dei Franchi (774).
L'età carolingia
Carlo Magno fu cinto della corona imperiale da papa Leone III la notte
di Natale dell'anno 800. Egli portò in I. il sistema feudale francese,
dividendo la penisola in grandi feudi affidati a comites alle sue dipendenze.
Alla morte di Carlo i suoi successori non seppero mantenere l'unità
politica dell'impero. Diverse personalità si contesero per lungo
tempo la corona imperiale fino a quando Ottone I di Sassonia intervenne
nelle lotte e fu incoronato imperatore nel 962.
L'età dei Comuni
Il fenomeno comunale fu all'inizio la manifestazione della volontà
di autonomia delle città padane e toscane, espressa dalla piccola
nobiltà locale e appoggiata dai vescovi. Ben presto molti Comuni
sorsero in tutta I., molti economicamente prosperi. Federico I di Svevia
il Barbarossa (1152-1190) rivendicò i diritti dei sovrani usurpati
dai Comuni e si scontrò a Legnano (1176) con i Comuni organizzati
nella Lega lombarda uscendo sconfitto. Con la battaglia di Benevento (1266)
si instaurò in I. il predominio angioino. Nel Sud cominciò
una guerra ventennale tra angioini e aragonesi.
Stati signorili e principeschi
Nel XIV e XV secolo molte città comunali accrebbero enormemente
il loro potere. Tra queste Venezia, Verona, Pisa, Milano e Firenze. In
esse salirono al potere famiglie locali molto in vista (ad es. gli Scaligeri
a Verona, gli Sforza e i Visconti a Milano, i Medici a Firenze) che trasformarono
i Comuni in signorie. La lotta per l'egemonia tra Milano, Firenze e Venezia
si concluse con la pace di Lodi (1454) che diede inizio a un periodo di
equilibrio e di rigogliosa vita culturale. Nel Sud l'insurrezione e la
guerra dei Vespri siciliani (1282-1302) avevano separato il regno di Sicilia,
divenuto Aragonese, dal regno di Napoli conservato dagli Angioini. Alla
fine del medioevo l'I. si configurava come un sistema di cinque Stati maggiori:
Napoli, Roma, Firenze, Venezia e Milano tenuti insieme da un fragile patto
di non aggressione che resistette per quarant'anni (1454-1494).
Le guerre di predominio e la preponderanza spagnola
Dalla discesa di Carlo VIII all'avvento di Carlo V. L'equilibrio tra
gli Stati italiani non resistette all'attacco di Carlo VIII di Francia,
col quale si iniziarono le guerre per il predominio sulla penisola durate
dal 1494 al 1559: protagonisti principali la Francia, la Spagna e l'Impero,
fiancheggiati o osteggiati dall'uno o dall'altro degli Stati italiani;
conclusione, il predominio della Spagna, mantenuto sino ai primi anni del
XVIII sec. Domini diretti della corona spagnola furono i regni di Sardegna,
di Sicilia e di Napoli, il ducato di Milano, alcune parti della costa tirrenica,
l'Elba e Piombino. I francesi restituirono il Piemonte ai Savoia. Nonostante
queste guerre, l'I. visse tra il 1454 e il 1559 un fervido periodo culturale.
Tra le personalità che lo caratterizzarono vi furono Leonardo, Raffaello,
Michelangelo, Ariosto, Machiavelli, Guicciardini. L'atteggiamento dei sudditi
verso la Corona spagnola fu, in complesso, di lealtà e di devozione.
Nel regno di Napoli, pressione tributaria e servitù militari, sopportabili
nel Milanese, soverchiavano una popolazione economicamente molto più
debole e in condizioni di cronico squilibrio sociale. Senza sottovalutare
l'opera svolta dal governo spagnolo per la protezione del territorio dagli
attacchi esterni e per sottomettere a disciplina i baroni, né le
provvidenze per il risanamento urbanistico della capitale e per l'incremento
delle attività produttive, va notato che il disagio della popolazione
venne sempre crescendo e, pur rimanendo vivo un sentimento di devozione
verso la Corona, non mancarono sommosse. La più grave fu quella
legata al nome di Masaniello (1647): nell'autunno del 1647 fu proclamata
la Repubblica con il titolo confuso di Serenissima Repubblica del regno
di Napoli. Ma gli spagnoli soffocarono la ribellione (primavera 1648).
Tra gli Stati indipendenti dalla dominazione spagnola, il più importante
era quello della Chiesa, governato tra la metà del XVI sec. e la
fine del XVII dai papi promotori ed esecutori della restaurazione cattolica.
La politica ecclesiastica non distolse tuttavia i papi dalla cura degli
affari temporali, e fu una cura rivolta ad accrescere i domini territoriali
e a garantire al complesso di essi la sicurezza di fronte ai pericoli sia
di disgregazione interna sia di attacchi dall'esterno. Venezia era rimasta
estranea alle guerre d'I. dopo il 1530. Durante la guerra contro i Turchi
per il possesso di Cipro ebbe il soccorso di una crociata e di navi spagnole,
sabaude, toscane e pontificie. Gli Stati sabaudi furono i meno toccati
dal dominio spagnolo e tentarono anche di conquistare alcuni possedimenti
francesi. Tra la fine del 1600 e l'inizio del 1700 l'I. fu teatro dello
scontro tra le potenze europee. I Savoia aumentarono il loro peso politico,
mentre al dominio spagnolo si venne sostituendo quello austriaco (trattato
di Utrecht del 16 aprile 1713).
Il predominio austriaco
Con la pace di Utrecht l'Austria aveva sostituito la Spagna quale potenza
dominante in I., assicurandosi il Milanese, la Sardegna, il Napoletano
e lo Stato dei Presidi, mentre Vittorio Amedeo II di Savoia, che aveva
mirato alla conquista del Milanese, dovette accontentarsi del Monferrato
e della Sicilia col titolo di re. La Lombardia austriaca (comprendente
le odierne province di Milano, Como, Varese, Cremona senza Crema, possesso
veneziano, Mantova e Pavia senza l'Oltrepò) ricevette un notevole
impulso dal riformismo absburgico e fu, con la Toscana, quello tra gli
Stati italiani in cui fu maggiore l'efficacia del movimento illuministico
e in cui i processi di trasformazione economica a cui era avviata la penisola
si manifestarono nei loro aspetti più positivi. L'I. della fine
del Settecento fu travagliata da un'acuta crisi sociale, rappresentata
in particolare dalla crescente miseria delle popolazioni contadine, su
cui si innestava la crisi della politica riformatrice, che nasceva dal
contrasto tra l'autoritarismo dei sovrani e la debolezza delle forze innovatrici;
inoltre quasi tutti gli Stati italiani si trovavano in difficoltà
finanziarie. Su questa situazione doveva influire potentemente la Rivoluzione
francese, le cui idee trovavano un terreno particolarmente adatto nei gruppi
più vivi dei ceti intellettuali italiani, specie tra i più
giovani, che dall'Illuminismo avevano ricevuto un'educazione ispirata alle
idee di libertà e di uguaglianza, di sovranità popolare e
dei diritti dell'uomo.
Le origini del Risorgimento
L'età giacobina e napoleonica (1796-1814). Una parte del ceto
dirigente illuminista, di fronte all'affossamento delle riforme, si distaccò
dai governi (Melzi, Verri, G.B. Vasco), abbracciando posizioni costituzionali
moderate che ne prepararono l'adesione ai governi repubblicani. Si formarono
minoranze «patriote» e giacobine, in parte derivate dalla massoneria,
che iniziarono una vivace attività cospirativa accompagnata da repressioni
poliziesche ed esecuzioni capitali. Napoleone iniziò la sua penetrazione
in I. nel marzo 1796. Un congresso elettivo convocato a Reggio e poi a
Modena (27 dicembre 1796 - 1° marzo 1797) approvò la creazione
di una Repubblica Cispadana una e indivisibile, la cui costituzione, accentuatamente
moderata e modellata su quella francese del 1795, fu l'unica del triennio
repubblicano a non essere imposta dai Francesi. Un direttorio di tre membri
e un corpo legislativo si riunirono a Bologna; ma nel luglio del 1797 Bonaparte
decise di sciogliere la Cispadana e la aggregò, insieme alla Romagna,
alla Repubblica Cisalpina, sorta il 29 giugno 1797. Sin dal 6 giugno era
stata creata la Repubblica Ligure democratizzata; un grave colpo ricevette
invece il movimento giacobino con la cessione all'Austria del Veneto, sanzionata
dalla pace di Campoformio (17 ottobre 1797). Anche Roma fu occupata dai
Francesi e venne istituita la Repubblica Romana (1798).
Nel 1805 Napoleone, divenuto imperatore, assunse il titolo di re d'I.
e trasformò la Repubblica Italiana in Regno d'I. Dopo la sconfitta
di Napoleone a Lipsia (1813), sorse la speranza che fosse possibile ottenere
per i regni napoleonici in I. l'indipendenza sia dalla Francia sia dall'Austria.
Di questa situazione approfittò l'Austria per instaurare una reggenza,
che il 12 giugno proclamò l'annessione della Lombardia all'Impero
austriaco. Le sorti dell'I. vennero definitivamente decise dal congresso
di Vienna, che restaurò gli antichi sovrani.
Il Risorgimento
Dopo la Restaurazione si diffuse in tutta I. il desiderio di indipendenza.
Ovunque si costituirono sette segrete (si ricorda in particolare la Carboneria)
e gruppi rivoluzionari. La prima azione fu quella della Carboneria napoletana
(1820) che ottenne da re Ferdinando la costituzione spagnola del 1812.
Altre insurrezioni si ebbero poi in tutta I. ma furono represse. Uomini
come Mazzini (che aveva fondato nel 1831 un'associazione di patrioti, la
«Giovine Italia»), Buonarroti, Balbo e Gioberti sollevarono
per primi il problema dell'unità nazionale, proponendo diverse soluzioni
(mentre Gioberti auspicava uno Stato sotto la guida del papa, Mazzini sperava
in una rivoluzione che avrebbe portato alla repubblica). Il 1848 fu l'anno
in cui iniziarono vere e proprie battaglie per l'indipendenza (Indipendenza
italiana, guerre d'). Insorsero Palermo, Milano (Cinque giornate) e poi
Venezia. Carlo Alberto di Savoia accorse in aiuto dei rivoluzionari e così
fecero altri sovrani fino a quando, ritiratosi papa Pio IX dal conflitto,
ne seguirono l'esempio. Carlo Alberto, sconfitto a Custoza, fu costretto
ad abdicare in favore del figlio. Le iniziative rivoluzionarie che seguirono,
a opera di Mazzini e Pisacane, non ebbero successo. Cominciava a prendere
piede il moderatismo di Cavour (presidente del consiglio nello Stato dei
Savoia) che auspicava un'unione sotto la guida del Piemonte. Cavour stabilì
un accordo con Napoleone III (Plombières, luglio 1858) con il quale
la Francia accettava di aiutare l'I. in caso di attacco austriaco. Ciò
accadde durante la II guerra d'Indipendenza che si concluse inaspettatamente
con l'armistizio stipulato da Napoleone a Villafranca, nonostante le vittorie
italiane a Solferino e a San Martino. I Savoia ottennero solo la Lombardia.
Cavour deluso si dimise per poi ritornare sulla scena politica nel 1860,
quando Napoleone diede il suo assenso ai plebisciti con i quali la Toscana
e la Romagna chiedevano e ottenevano l'annessione al Piemonte. In seguito
all'insurrezione palermitana dell'aprile 1860, Garibaldi assunse la guida
di una spedizione che partì da Quarto (Mille, spedizione dei) nel
maggio 1860. Tale spedizione ebbe successo e si concluse con la conquista
della Sicilia e di Napoli e con l'incontro tra Garibaldi e il re Vittorio
Emanuele II, che era penetrato in Roma battendo l'esercito papale, a Teano
(ottobre 1860). Il 17 marzo 1861 venne pubblicato il decreto che proclamava
il regno d'I. sancendone l'unità.
L'Italia unita
La camera del nuovo regno d'I. (il ramo rappresentativo del parlamento,
accanto al senato, di nomina regia), i cui deputati venivano eletti sulla
base di collegi uninominali da un elettorato che rappresentava soltanto
il 2% dell'intera popolazione della penisola, era divisa in due schieramenti,
una Destra, composta da liberali conservatori e moderati, e una Sinistra,
che riuniva i liberali più avanzati e i democratici, preoccupati
soprattutto di risolvere i problemi dell'unificazione. Alla morte di Cavour
(6 giugno 1861) venne chiamato al potere Bettino Ricasoli, che si preoccupò
degli immediati problemi amministrativi posti dalla formazione dello Stato
unitario, risolvendoli con l'accentramento e la divisione dello Stato in
59 prefetture dipendenti dal ministero degli interni e unificò il
debito pubblico assumendo il disavanzo degli Stati scomparsi; nel Meridione
venne iniziata una dura repressione del brigantaggio: la lotta che ne nacque
si prolungò fino al 1865, provocando più di cinquemila morti
tra le file dei briganti. Il partito d'azione premeva intanto per la liberazione
di Roma e del Veneto. Maturava la possibilità di conquistare il
Veneto, attraverso un'alleanza con la Prussia che era ormai in aperto contrasto
con l'Austria. Pur tra difficoltà e diffidenze reciproche le trattative
sboccarono nel trattato dell'8 aprile 1866, sulla base del quale l'I. entrò
successivamente in guerra, senza che però fosse stato elaborato
un piano d'azione comune tra i due eserciti. (Indipendenza italiana, guerre
d').
L'I. ottenne così il Veneto. Dopo la sconfitta di Napoleone
III a Sedan, sotto la pressione della Sinistra e di gran parte dell'opinione
pubblica, falliti gli estremi tentativi di trovare un accordo con Pio IX,
le truppe del generale Raffaele Cadorna penetrarono nello Stato Pontificio
e conquistarono Roma (20 settembre 1870). Il papa, coerentemente alle sue
precedenti prese di posizione, si dichiarò contrario a ogni riconoscimento
del fatto compiuto, e il governo diede una soluzione unilaterale ai rapporti
col Vaticano mediante la legge delle Guarentigie (1871). Le elezioni del
novembre 1874 segnarono un insuccesso della Destra storica e nel marzo
1876 il re dovette chiamare al governo Agostino Depretis, capo della Sinistra
parlamentare. Nel paese si diffondevano e si organizzavano le prime forze
di una Sinistra dichiaratamente socialista. Il governo approvò un
allargamento del corpo elettorale in conseguenza del quale gli elettori
passarono da 600.000 a 2 milioni circa (1882). Dopo il 1880, per il timore
di restare isolati in Europa, il governo si indirizzò verso una
cauta espansione in Africa e verso l'alleanza con gli Imperi centrali (Triplice
alleanza, 20 maggio 1882, rinnovata poi nel febbraio 1887 a condizioni
più vantaggiose). Nell'agosto 1887, alla morte di Depretis, la presidenza
del consiglio fu assunta da F. Crispi. Nel marzo 1896 Crispi, che aveva
ripreso la politica di espansione coloniale in Africa (occupazione dell'Eritrea),
puntando su di essa per risolvere anche le difficoltà interne, venne
rovesciato a seguito della sconfitta di Adua (1° marzo 1896). Tra l'aprile
e il maggio 1898 si ebbe una serie di dimostrazioni, che culminarono nelle
giornate di Milano (6-8 maggio) in cui il generale Bava-Beccaris impiegò
l'esercito per una repressione sanguinosa, a cui seguì la proclamazione
dello stato d'assedio in quasi tutte le province e la persecuzione contro
i socialisti e i cattolici dell'Opera dei congressi, accusati entrambi
di aver promosso i tumulti. La vastità della crisi del 1898 spinse
il governo Pelloux (costituitosi nel giugno 1898) ad accentuare la politica
illiberale, presentando una serie di decreti-legge per la restrizione delle
libertà di sciopero, di stampa e di riunione. Gli succedette (giugno
1900) G. Saracco che ritirò i disegni di legge illiberali.
-
L'età giolittiana e la prima guerra mondiale
Il periodo 1900-1913 fu caratterizzato dalla figura di Giolitti che fu
più volte presidente del consiglio. Sotto di lui si ebbe un periodo
di grande espansione economica. Nel 1912 fece approvare la riforma elettorale
che prevedeva il suffragio universale maschile esteso a tutti coloro che
avessero fatto il militare anche se analfabeti. In politica estera riprese
la campagna per la conquista della Libia (1911-1912). Giolitti si dimise
nel marzo 1914 in seguito all'insuccesso elettorale del 1913 che aveva
visto un'enorme crescita dei socialisti e dei cattolici. Salandra, succeduto
a Giolitti, fece entrare l'I. nel primo conflitto mondiale (24 maggio 1914).
® Guerra mondiale (prima)
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L'Italia tra le due guerre
Al termine della prima guerra mondiale l'I. - pur vittoriosa - dovette
affrontare una situazione molto grave dal punto di vista economico-sociale,
di fronte a cui la vecchia classe dirigente liberale si rivelò inadeguata,
mentre si affermavano due partiti di massa, il partito socialista e il
partito popolare italiano (fondato da don Sturzo nel 1919). Mussolini fondò
a Milano il movimento dei Fasci Italiani di combattimento (23 marzo 1919),
con un programma ultrademocratico e nazionalista nello stesso tempo. Per
tutto il 1921 la violenza fascista (squadrismo, spedizioni punitive, ecc.)
imperversò in Italia contro le organizzazioni socialiste, specie
nella Val Padana, spesso con la connivenza delle autorità; nel partito
socialista maturava intanto una crisi che portò nel gennaio 1921
alla scissione della minoranza aderente ai ventun punti della terza Internazionale
e alla fondazione del partito comunista d'Italia (congresso di Livorno).
Il movimento fascista (costituitosi in partito il 9 novembre 1921 nel congresso
di Roma) andò sempre più rafforzandosi. Nel congresso nazionale
fascista riunitosi a Napoli il 24 ottobre il «duce» annunziò
la «marcia su Roma», che fu effettuata il 28 dello stesso mese.
Mussolini ebbe dal re l'incarico di formare il governo, che fu insediato
il 31. Il primo governo Mussolini fu un governo di coalizione, cui parteciparono
esponenti liberali e popolari e che fu appoggiato dall'esterno anche da
Giolitti, poiché la vecchia classe dirigente pensava ancora che
fosse possibile arrivare a una «normalizzazione» e costituzionalizzazione
del fascismo.
Tra il novembre 1922 e il giugno 1924, il fascismo esautorò
di ogni potere gli altri partiti e creò suoi organi, come il Gran
consiglio e la Milizia (gennaio 1923), che assicurò a Mussolini
uno strumento del tutto indipendente dalla normale organizzazione militare
dello Stato. Il 25 gennaio 1924 un decreto reale sciolse la camera, dopo
che i due rami del parlamento avevano approvato la legge elettorale maggioritaria
Acerbo, che fu applicata nelle elezioni del 6 aprile, svoltesi in un clima
di violenze e di soprusi. Con una legge del 24 dicembre 1925 Mussolini,
che cumulò in sé le funzioni di capo del governo e di primo
ministro, venne investito della piena autorità esecutiva, che esercitava
a nome del re senza ingerenza del parlamento, il quale venne privato dell'iniziativa
delle leggi. Un elemento assai importante nella politica del fascismo fu
l'avvenuta conciliazione dello Stato con la Chiesa (patti lateranensi dell'11
febbraio 1929), che servì a Mussolini anche per rafforzare il prestigio
del fascismo e quello suo personale e per utilizzare l'appoggio della Chiesa
come strumento di espansione nazionale. In politica estera, Mussolini pensava
all'Etiopia come campo di espansione coloniale. Dopo la rapida vittoria
(maggio 1936) e la proclamazione di un effimero Impero, la cui corona fu
offerta a Vittorio Emanuele III, poté delinearsi e prendere sempre
più consistenza un avvicinamento italo-germanico che fu fissato
negli accordi di Berlino del 23 ottobre 1936 (l'Asse Roma-Berlino, come
lo definì Mussolini nel discorso di Milano del 1° novembre 1936);
l'intesa fra i due Stati totalitari fece poi le sue prove con l'intervento,
in aiuto di Franco, nella guerra civile di Spagna (1936-1939), consolidandosi
definitivamente con la stipulazione del Patto d'acciaio (22 maggio 1939).
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La seconda guerra mondiale, la caduta del fascismo e la Resistenza
L'I. intervenne nel conflitto (Guerra mondiale (seconda)) a fianco della
Germania nel 1940 dopo un periodo iniziale di non belligeranza e dopo alcune
incertezze dovute al fatto che il ministro degli esteri Ciano, dopo essere
stato un fautore dell'Asse, era venuto progressivamente raffreddando i
suoi entusiasmi verso la Germania. Il distacco tra paese e regime si venne
allargando man mano che lo sfavorevole andamento delle operazioni dimostrò
l'inadeguatezza della preparazione militare e l'errore dei calcoli di Mussolini.
Questi, messo in minoranza nella seduta del Gran consiglio del 25 luglio
1943, fu fatto arrestare da Vittorio Emanuele III, che affidò il
potere a un governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio e composto
da tecnici e da militari. Badoglio avviò nell'agosto trattative
con gli Alleati, che portarono all'armistizio di Cassibile (3 settembre),
annunciato prematuramente l'8 settembre dal governo italiano. Il governo
Badoglio, rifugiatosi al Sud con il sovrano sotto la protezione alleata
mentre Roma veniva occupata dai Tedeschi, firmò il 29 settembre
a Malta un nuovo armistizio («armistizio lungo») e il 13 ottobre
dichiarò guerra alla Germania, mentre i ricostititi partiti antifascisti
(democratico cristiano, socialista, comunista, liberale, demolaburista,
d'azione, repubblicano) rifiutavano di collaborare con Badoglio e con la
monarchia. Nell'I. occupata dai Tedeschi si costituiva intanto la Repubblica
Sociale Italiana, capeggiata dallo stesso Mussolini (23 settembre 1943).
Contro i fascisti della Repubblica di Salò e gli occupanti tedeschi
si organizzò, il movimento della Resistenza, sviluppatosi subito
dopo l'8 settembre in tutta l'I. centrosettentrionale, dapprima come fenomeno
spontaneo poi come organizzazione militare dei Comitati di liberazione
nazionale (CLN). Roma fu liberata il 4-5 giugno 1944, e subito dopo si
ebbe la proclamazione della luogotenenza e la formazione di un nuovo governo,
presieduto da I. Bonomi, presidente del CLN centrale. Dal febbraio 1945
poté realizzarsi, in coincidenza con la vittoriosa offensiva alleata,
un'intensificazione dell'attività delle formazioni partigiane, che
sboccò nell'insurrezione generale dell'aprile 1945 e nella liberazione
totale del territorio nazionale. Si formò nel giugno 1945 il ministero
presieduto da F. Parri, segretario del partito d'azione ed esponente partigiano,
come soluzione di compromesso tra le opposte candidature di Alcide De Gasperi
(DC) e Pietro Nenni, segretario del partito socialista. Nel marzo-aprile
1946 il governo fece effettuare le elezioni amministrative, che segnarono
il netto prevalere dei partiti di massa (democratici cristiani, socialisti
e comunisti), mentre gli altri partiti venivano drasticamente ridimensionati
dal responso delle urne. Il governo stabilì per il 2 giugno 1946
le elezioni politiche per l'elezione di un'Assemblea costituente, che avrebbe
dovuto elaborare una nuova costituzione, da tenere contemporaneamente a
un referendum istituzionale. Poco prima delle elezioni Vittorio Emanuele
III abdicò (9-10 maggio): la soluzione repubblicana prevalse, sia
pure di stretta misura, con il 54% dei voti (12.717.923 contro 10.719.284).
I tre partiti maggiori diedero vita (insieme col piccolo partito repubblicano:
4,4%) a un nuovo ministero De Gasperi. Fu questo il governo che il 10 febbraio
1947 firmò il trattato di pace (ratificato nell'autunno): le clausole
del trattato comportavano, oltre alla perdita dell'Istria a favore della
Iugoslavia e a piccole rettifiche sulla frontiera alpina a vantaggio della
Francia, la rinuncia alle colonie, il pagamento di risarcimenti alle potenze
vittoriose, forte riduzione delle forze armate. Restavano però ancora
aperte la questione di Trieste e la controversia per l'Alto Adige con l'Austria.
La costituente, riunitasi il 25 giugno 1946, elesse due giorni dopo capo
provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, elaborando nei mesi successivi
la costituzione repubblicana, approvata il 22 dicembre 1947 ed entrata
in vigore il 1° gennaio 1948. Le prime elezioni tenutesi dopo l'entrata
in vigore della costituzione (18 aprile 1948) si svolsero in un clima di
tensione. La democrazia cristiana ottenne la maggioranza assoluta dei seggi
(48,5% dei voti). Il liberale L. Einaudi l'11 maggio 1948 venne eletto
presidente della Repubblica. In politica estera, dopo il 18 aprile l'I.
accentuò il suo schieramento dalla parte dell'Occidente dando la
sua partecipazione all'alleanza militare della NATO. Nel campo delle relazioni
internazionali, un avvenimento importante fu la definizione del problema
di Trieste, lasciato irrisolto dal trattato di pace; la questione, entrata
in una fase acuta sotto il successore di De Gasperi, Pella, fu risolta
dal successivo ministero Scelba (10 febbraio 1954 - 8 luglio 1955) mediante
un accordo con Tito (ottobre 1954) che attuò una spartizione del
Territorio libero (con la successiva incorporazione di Trieste all'I.).
Nel frattempo processi e trasformazioni di notevole rilievo stavano verificandosi
all'interno dei principali partiti. Le elezioni politiche del 1958 non
fecero registrare spostamenti notevoli nello schieramento politico italiano.
L'incarico di formare il governo fu assunto da Fanfani, il quale diede
vita a un ministero fondato sulla coalizione tra democristiani e socialdemocratici,
che poté entrare in carica per l'astensione dei sette deputati repubblicani
(1° luglio 1958 - 26 gennaio 1959); il governo Fanfani si orientò
a sinistra. Dimessosi Fanfani per i contrasti interni della DC fu messo
in piedi un governo di ordinaria amministrazione presieduto da Segni (15
febbraio 1959 - 26 febbraio 1960), costituito da soli democristiani e con
l'appoggio dei liberali, dei due partiti monarchici e del MSI. Intanto
nella democrazia cristiana, emergeva il nuovo segretario Aldo Moro. Nel
maggio 1962 si svolse la battaglia per la presidenza della Repubblica,
che vide la vittoria delle forze moderate e conservatrici e portò
all'elezione, dopo ben nove scrutini, di Antonio Segni. Gli anni dal 1959
alla fine del 1963 furono caratterizzati, sul piano economico, da un boom
della produzione industriale senza precedenti nella storia dell'economia
del paese, che trasformò l'I. in un paese altamente industrializzato.
Le elezioni per la quarta legislatura repubblicana (28-29 aprile 1963)
confermarono la maggioranza relativa della DC. Le trattative per un nuovo
governo di centro-sinistra, furono portate avanti da Moro, che riuscì
a raggiungere un accordo tra i quattro partiti del centro-sinistra per
un rilancio programmatico. Il congresso socialista apertosi il 24 ottobre
approvò la decisione di creare un governo di coalizione quadripartito
con la partecipazione diretta dei socialisti. Moro poté così
presentare il nuovo governo (Moro presidente del consiglio, con Nenni alla
vicepresidenza), che ebbe come capisaldi programmatici la promulgazione
di un programma economico quinquennale, l'istituzione delle regioni e una
serie di riforme in campo scolastico, urbanistico e agrario. Il 1969 fu
l'anno più turbato e inquieto dall'inizio della Repubblica e segnò
una nuova svolta nella sua storia. Dal mondo studentesco l'agitazione investì
il mondo sindacale. La accompagnarono sintomi di rallentamento dello sviluppo
produttivo e di sfiducia nella stabilità economica e politica del
paese. Crebbero il deficit della bilancia dei pagamenti e la fuga dei capitali
all'estero. In questo clima di tensione, ebbe luogo il tragico episodio
dell'attentato dinamitardo di piazza Fontana, a Milano, che provocò
la morte di 16 persone. Il 23 maggio del 1970 ebbe luogo uno scontro di
piazza tra fascisti e polizia. Tutto il corso degli anni '70 fu caratterizzato
da sanguinose azioni di terrorismo che sconvolsero l'I.
Il 24 dicembre 1971, dopo una lunghissima consultazione, venne eletto
presidente della Repubblica il giurista democristiano G. Leone. Dopo il
falimento del tentativo di ricostituire un governo di centro-sinistra,
il nuovo presidente della Repubblica affidò ad Andreotti l'incarico
di dar vita a un governo minoritario, che non ottenne la fiducia del senato.
Il 28 febbraio, perciò, veniva deciso per la prima volta nella vita
della Repubblica di sciogliere anticipatamente la camere. A formare il
governo venne chiamato nuovamente Andreotti, che sperimentò una
formula politica centrista, sostenuta dal tripartito DC, PLI e PSDI. Non
vi parteciparono il PSI, il PRI e le correnti di sinistra della DC. Il
governo Andreotti cadde nel giugno 1973 e si tornò alla formula
di centro-sinistra. Nel corso dell'anno 1974 si era intanto verificata
la ripresa delle iniziative terroristiche delle forze eversive (eccidio
di Brescia, attentato al treno «Italicus» della linea Roma-Monaco).
In ottobre il quinto governo Rumor cadde definitivamente a causa dei contrasti
tra PSI e PSDI. Dopo un vano tentativo di Fanfani, fu Moro a formare il
nuovo governo, varando la formula del bicolore DC-PRI, appoggiata dall'esterno
da PSI e PSDI. Oltre alla situazione dell'economia, che viveva una fase
di recessione, aggravata dalla crisi internazionale, il governo Moro si
trovò ad affrontare il problema dell'ordine pubblico, in relazione
a una violenta ondata di criminalità e a gravi disordini politici.
Le elezioni amministrative del 15 giugno 1975, cui parteciparono per la
prima volta i diciottenni, registrarono un calo della DC e un forte progresso
del PCI. Dopo le elezioni amministrative del giugno 1975 la politica interna
entrò in una fase nuova. In settembre il presidente del consiglio
Moro affrontò il tema del coinvolgimento del PCI nella maggioranza:
fu l'avvio della politica di «solidarietà nazionale».
Autore del compromesso fu Andreotti, che varò un monocolore DC (terzo
governo Andreotti), detto della «non sfiducia» perché
si reggeva unicamente sulle astensioni, mancando di una maggioranza organica.
Nel gennaio del 1978 si aprì la crisi di governo e Andreotti avviò
le trattative per formare il nuovo governo, mentre la DC poneva il veto
su una nuova maggioranza estesa al PCI. L'8 marzo l'intesa venne raggiunta.
Poco dopo Andreotti presentò il suo quarto governo, un monocolore
DC. Non ci fu spazio per polemiche poiché il 16 marzo le Brigate
rosse rapirono Moro. Il 9 maggio il cadavere del presidente della DC venne
fatto trovare dalle Brigate rosse in via Caetani, a mezza strada tra le
sedi di DC e PCI. Il giorno dopo il ministro dell'interno Cossiga rassegnò
le dimissioni. A giugno si ebbero le dimissioni del presidente della Repubblica
Leone, travolto dalle accuse relative a non chiare operazioni finanziarie.
A succedergli venne eletto S. Pertini. L'Italia era sconvolta dagli scandali,
che colpirono anche la direzione della Banca d'Italia (23 marzo 1979),
mentre Pertini, dopo la rinuncia di La Malfa, cercava invano di trovare
una soluzione alla crisi di governo, affidando nuovamente ad Andreotti
il compito. Le elezioni politiche del 3-4 giugno videro la grave sconfitta
del PCI e l'avanzata del partito socialista e dei partiti laici, mentre
la DC manteneva le sue posizioni. A caratterizzare il risultato elettorale
fu però un nuovo fenomeno: l'astensionismo, soprattutto giovanile,
destinato a crescere progressivamente negli anni Ottanta. In aprile Cossiga
formò il nuovo governo, sostenuto dalla coalizione DC-PSI-PRI. Continuarono
gli attentati terroristici che culminarono in quello che è ritenuto
il più grave: la strage alla stazione ferroviaria di Bologna, nella
quale, il 2 agosto, persero la vita 85 persone e 147 rimasero ferite. Il
1981 si aprì con i problemi economici legati all'inflazione e al
deficit della bilancia dei pagamenti. Un'altra crisi costrinse Pertini
a sciogliere le camere e a indire elezioni anticipate nel giugno 1983.
In luglio Pertini affidò a Craxi il compito di formare il governo.
Nel mese di agosto Craxi presentò alle camere il suo governo, sostenuto
dalla coalizione pentapartitica DC-PSI-PSDI-PRI-PLI, con un programma che
si prefiggeva il risanamento dell'economia. Il 1984 si aprì con
la battaglia tra governo e opposizione sul problema del costo del lavoro.
Scioperi e manifestazioni ebbero luogo in diverse città e a quella
di Roma del 24 marzo parteciparono più di un milione di lavoratori.
In febbraio intanto il governo Craxi firmò con la Santa Sede il
nuovo concordato, considerato inizialmente un successo del governo, ma
portatore in seguito di polemiche relative specialmente all'insegnamento
religioso nelle scuole. Dopo varie crisi e scioglimento di governi le elezioni
del 14-15 giugno 1987 fecero registrare la sconfitta del partito comunista
e l'avanzata delle due maggiori forze di governo (DC e PSI). Nel PCI il
dibattito sulla sconfitta portò all'elezione di A. Occhetto a vicesegretario
unico. Il 16 dicembre si concluse a Palermo il maxiprocesso alla mafia,
con numerose condanne. Il processo fu reso possibile dalle rivelazioni
dei pentiti. Nel 1988 Cossiga affidò al segretario della DC, C.
De Mita, l'incarico di formare il governo. Il governo De Mita venne ben
presto indebolito dai contrasti tra i partiti della coalizione, specialmente
tra i il PSI e la DC, e dalle lotte tra le diverse correnti democristiane.
Il congresso, tenuto a Roma nel febbraio 1989, portò alla segreteria
del partito Forlani, mentre a De Mita venne assegnata la carica (simbolica)
di presidente del partito, da lui abbandonata nel febbraio 1990 per divergenze
con la segreteria. La sconfitta di De Mita finì per ripercuotersi
sul governo, che in maggio, subito dopo i congressi del PRI e del PSI,
fu costretto alle dimissioni. Cossiga incaricò il presidente del
senato di compiere un giro esplorativo, al termine del quale non si pervenne
ad alcuna conclusione. Negli anni Novanta è particolarmente cresciuta
la critica e con essa la sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti.
Nelle elezioni regionali del 1990 si affermarono infatti nuove forze politiche
come i movimenti Verdi e le Leghe regionaliste soprattutto la Lega Lombarda.
Gli stessi partiti tradizionali entravano in crisi. Il partito comunista
si scindeva nel 1991 in due fazioni: il PDS guidato dal segretario Occhetto
e la minoranza di Rifondazione comunista di Ingrao. Il presidente della
Repubblica Cossiga intervenne più volte su vari aspetti della vita
politica e istituzionale creando fermenti sia nei partiti che nell'opinione
pubblica. L'inizio del 1992 si presentò particolarmente difficile.
Le elezioni svoltesi in aprile confermarono la crisi dei partiti tradizionali:
minimo storico per la DC, calo dei socialisti e dei comunisti del PDS,
crescita di leghe e Verdi. In maggio fu eletto presidente della Repubblica
Oscar Luigi Scalfaro. La crisi politica e istituzionale fu resa ancora
più grave da alcuni fatti. Il 23 maggio il direttore della sezione
Affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia Giovanni Falcone venne
ucciso con la moglie e tre agenti di scorta in un attentato organizzato
dalla mafia. Il 19 luglio l'esplosione di un'autobomba a Palermo uccise
il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta. Inoltre una clamorosa
indagine giudiziaria denominata «Mani pulite» ha portato da
allora all'incriminazione è all'arresto di molti politici (soprattutto
democristiani e socialisti) con l'accusa di aver ricevuto tangenti anche
molto elevate da imprese favorite nell'assegnazione dei lavori pubblici.
Il sistema dei partiti tradizionali è entrato in crisi definitivamente
con le accuse di Tangentopoli. Prova ne sono state le elezioni del marzo
1994, svoltesi con il nuovo sistema elettorale maggioritario entrato in
vigore nel 1993. I vecchi partiti, pur presentatisi con nuovi simboli e
programmi, sono stati nettamente sconfitti da nuove formazioni tra cui
Forza Italia e Alleanza Nazionale. Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi
è stato eletto presidente del consiglio. Le sue manovre finanziarie
hanno creato scontento nei cittadini che si sono serviti dello sciopero
per protestare. Alla fine del 1994 il presidente del Consiglio, contrastato
dall'interno del polo governativo, ha dato le dimissioni. Nel gennaio 1995
il presidente della Repubblica ha affidato l'incarico a L. Dini che ha
costituito un governo di tecnici. Nell'aprile del 1996 si sono svolte le
elezioni politiche anticipate, che hanno visto premiata la coalizione di
centro-sinistra denominata "Ulivo". Il leader dell'Ulivo, Romano Prodi,
è stato eletto presidente del consiglio; il governo da lui guidato
ha intrapreso lo studio di varie riforme intese a portare l'Italia in una
condizione politico-economica tale da consentirle di allinearsi ai parametri
rispettati dagli altri stati dell'Unione Europea. Nei mesi di settembre
e ottobre 1996 il governo si è trovato a far fronte ad alcune difficoltà:
l'annuncio del progetto di secessione del Nord dal resto d'Italia da parte
della Lega nord (il 15 settembre 1996) e la presentazione in Parlamento
della legge finanziaria, che ha incontrato la decisa opposizione di gran
parte dei partiti. A novembre però la legge finanziaria ha superato
l'esame della Camera e questo fatto ha rafforzato l'immagine politica di
Romano Prodi e del governo. Nell'ottobre 1996 Romano Prodi ha incontrato
sia il leader tedesco Helmut Kohl sia il presidente francese Jacques Chirac
e ha preso accordi per far rientrare la valuta italiana nel Sistema monetario
europeo (SME). Il 26 novembre 1996 la lira è rientrata nello SME.
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Letteratura
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Le origini e il Duecento
Tardiva è l'origine della letteratura italiana rispetto alle maggiori
di lingua romanza, provenzale, francese, castigliana. I primi monumenti
letterari italiani appartengono al XIII sec. Più a lungo che in
altri paesi si mantenne in I. l'uso del latino. Al fiorire di una nuova
letteratura fu di ostacolo il carattere della società italiana del
basso medioevo, scarsamente sensibile ai valori della civiltà feudale
e cavalleresca, che era stata la grande ispiratrice delle nuove forme di
poesia presso gli altri popoli dell'Occidente europeo. È assodato
che nella prima metà del Duecento, sotto l'impulso di eventi storici
tipicamente italiani, sorse con caratteri suoi la poesia volgare.
Da un fenomeno profondamente legato ad aspirazioni cristiane quale
la predicazione di san Francesco d'Assisi nacque non solo il mirabile Cantico
di frate Sole, ma ebbe incentivo la poesia dei laudesi umbri, alla quale
si collega ancora, sulla fine del secolo, l'opera personalissima di Jacopone
da Todi. Ma nella storia della poesia italiana, il fatto di maggiore rilievo,
press'a poco coevo alla predicazione di san Francesco, fu la scuola poetica
siciliana, fiorita alla corte di Federico II di Svevia. I poeti della cosiddetta
prima scuola celebrarono l'amore cortese in forme eleganti e convenzionali;
tuttavia alcuni di essi, e in particolare Rinaldo d'Aquino e Odo delle
Colonne,
non rifuggirono dall'introdurre nei loro versi precise note di cronaca,
e altri, quali Giacomino Pugliese e Cielo d'Alcamo, vissuti probabilmente
lontano dalla corte del re svevo, indulsero addirittura a note di sensualità
e di realismo giullaresco. Ma fu col passare nella Toscana comunale che
la moda poetica inaugurata dai Siciliani arrivò a maggiore complessità
di temi e a una nuova profondità, prima con Guittone d'Arezzo e
i suoi seguaci, cantori della vita morale e religiosa oltre che dell'amore,
poi con i poeti dello Stil novo (G. Guinizelli e G. Cavalcanti fra i maggiori),
che all'idea dell'amore cortese impressero il segno di una forte interiorità.
Altro vitale filone fu quello della poesia realistica toscana, che in parte
prese argomento dalle violente passioni politiche con Schiatta Pallavillani,
Monte Andrea, Orlanduccio Orafo, Chiaro Davanzati; in parte, e soprattutto,
tale filone continuò i modi della poesia medievale dei goliardi,
celebrando la taverna, il dado, l'amore sensuale, ed ebbe i suoi maggiori
esponenti nel senese Cecco Angiolieri, nel fiorentino Rustico di Filippo
e, con sue particolari note di eleganza, in Folgore da San Gimignano. Al
quadro sintetico della poesia duecentesca non può infine mancare
la menzione delle laude drammatiche, forme semplicissime di teatro religioso,
proprie specialmente dell'Umbria e dell'Abruzzo, ma non sconosciute alle
altre regioni. Meno ricco e vario è il bilancio della prosa duecentesca.
Il Trecento
Nel Trecento uno dei fatti di maggiore rilievo fu il carattere eminentemente,
se non esclusivamente, toscano che assunse la letteratura italiana. Temi
e lingua degli stilnovisti s'imposero nella lirica d'amore. A Dante, Petrarca,
Boccaccio, soprattutto spetta il merito di avere fatto della lingua fiorentina
la lingua letteraria d'Italia. La loro posizione di privilegio si fonda
innanzi tutto sull'avere essi, grandi poeti, riassunto e spiegato il profondo
travaglio di una civiltà che usciva dal medioevo e preparava un'era
nuova, quella del Rinascimento.
L'Umanesimo e il Quattrocento
Il Petrarca fu l'iniziatore dell'Umanesimo, e perciò contemporanei
e posteri immediati, dallo stesso Boccaccio a Coluccio Salutati, ammirarono
in lui innanzi tutto il dotto latinista. Nondimeno anche la sua poesia
volgare ebbe immediata efficacia, non quella soltanto dei Trionfi, ma anche
quella del Canzoniere, che ben presto fu riconosciuto modello di eleganza,
degno di reggere il confronto con i più insigni testi della poesia
antica. La vera efficacia della lezione del Petrarca si trova in quel movimento
di pensiero e in quegli studi filologici che, affinando progressivamente
gli strumenti della ricerca e acquistando una nozione sempre più
chiara della civiltà antica e della sua attualità, ebbero
i loro maggiori maestri in Niccolò Niccoli, Poggio Bracciolini,
Leonardo Bruni, Lorenzo Valla, Francesco Filelfo, Angelo Poliziano. Anche
il Boccaccio esercitò la sua influenza prima che come stilista come
maestro di un sentimento di un tutto mondano e terreno della vita. Di fatto
con l'Umanesimo si creava una cultura supernazionale, e questo spiega come
il fenomeno di origine italiana si allargasse a tutta l'Europa. L'Umanesimo
quattrocentesco non solo preparò il maturo classicismo del Cinquecento,
ma favorì nei maggiori esponenti della letteratura volgare quella
nuova sintesi di antico e di moderno, di popolare e di letterario che in
varie forme si riconosce negli scritti di Leon Battista Alberti, di Angelo
Poliziano, di Lorenzo de' Medici, di Iacopo Sannazzaro, e che si trova
con impronte originali nel Morgante di Luigi Pulci e nell'Orlando innamorato
del Boiardo, i due poemi che dalle storie cavalleresche, divenute svago
del popolo e della borghesia, tolsero la materia per dare forma fantastica
a una disincantata visione del destino dell'uomo.
Il Cinquecento
Il fatto fondamentale della letteratura cinquecentesca fu il trionfo
del volgare e la sua codificazione quale lingua letteraria. È significativo
che Pietro Bembo, il più autorevole codificatore del volgare, fosse
altresì colui che inaugurò due delle più importanti
correnti della letteratura cinquecentesca: quella della trattatistica d'amore
e quella della lirica petrarchesca. In direzione mondana si svolse la novellistica,
che ebbe come modello il Decameron. Altri generi poi vollero rifarsi proprio
ai modelli delle letterature antiche: così la commedia con l'Ariosto
fu plautina e terenziana, nondimeno seppe immettere nelle trame, simili
a quelle dei latini, vivaci spunti di costume contemporaneo e di psicologia
moderna con il Lasca, Giovanni Maria Cecchi, Alessandro Piccolomini, Pietro
Aretino, Annibal Caro, e arrivò a creare autentici capolavori quali
La Mandragola del Machiavelli, La Venexiana e Gl'ingannati di autori ignoti,
tutto il teatro del Ruzzante. Meno felice risultò l'esperienza del
teatro tragico, che, si orientò con l'Orbecche del Giraldi Cintio
(1541) verso il teatro di stampo senechiano. Non senza subire l'influenza
dei modelli antichi fiorì anche la poesia didascalica in latino
(Vida, Fracastoro) e in volgare (Rucellai, Alamanni, Erasmo da Valvason,
Bernardino Baldi), come a Platone e a Cicerone si ispirò l'abbondante
produzione di trattati, per lo più scritti in forma di dialogo,
tra i quali eccellono, oltre a quelli d'amore sopra menzionati, Il cortegiano
del Castiglione e il Galateo del della Casa. Ma la prima metà del
XVI sec., è caratterizzata dalla nascita di sommi capolavori della
poesia e del pensiero: l'Orlando furioso dell'Ariosto, il Baldus del Folengo,
gli scritti teorici e storici del Machiavelli e del Guicciardini. Tuttavia
nella grande letteratura della prima metà del Cinquecento, per il
grado di maturità al quale essa seppe portare l'ideale umanistico,
era implicita l'insidia di pericolosi irrigidimenti. La critica d'arte,
già avviata nel Quattrocento dalle speculazioni di Leon Battista
Alberti e dalle suggestive osservazioni sulla pittura di Leonardo da Vinci,
nel pieno Cinquecento portò a quel capolavoro che sono le Vite di
Giorgio Vasari, apparse nel 1550 e in seconda edizione rielaborata e accresciuta
nel 1568. La crisi politica e morale che colpì l'Europa nella II
metà del secolo ebbe il suo grande poeta in Torquato Tasso, pervaso
da un sentimento doloroso della vita per il quale egli fu non solo uno
dei più grandi poeti di ogni età, ma uno dei più autentici
precursori della sensibilità romantica. Nell'opera ricca e non priva
di contraddizioni dell'autore della Liberata si compendiano i valori più
alti della poesia e della letteratura del tardo Cinquecento, e il nuovo
stile del Tasso - uno stile ricco di fascino musicale e di chiaroscuri,
sensuale e patetico, nobilmente atteggiato e ricco di forza tragica - influenzò
profondamente la poesia posteriore, esasperandosi in seguito nella ricerca
di effetti vistosi.
Il Seicento
Al barocco trionfante nelle arti figurative, tra la fine del Cinquecento
e il principio del Seicento, corrispose un barocco letterario, che si protrasse
per quasi tutto il XVII sec. Maestro acclamato di quello stile fu Giambattista
Marino, nell'Adone e nelle varie raccolte di liriche (La lira, La galeria,
La sampogna), e da lui venne al gusto affermatosi allora nella poesia il
nome di marinismo. La vera grandezza della letteratura del Seicento si
riconosce nella prosa politica, scientifica, filosofica. Traiano Boccalini,
Tommaso Campanella, il Tassoni dei Pensieri, Paolo Sarpi e soprattutto
Galileo Galilei con la loro prosa materiata di pensiero, appassionata e
lucidissima, furono i conservatori della tradizione rinascimentale e, al
tempo stesso, gli scrittori che resero possibile una continuità
della nostra cultura in un'età fin troppo viziata da segni di decadenza.
Specialmente in Toscana alla nobile tradizione della prosa scientifica
si accompagnò la difesa del patrimonio letterario antico per merito
di scrittori che operarono nell'ambito dell'Accademia della Crusca: Benedetto
Buonmattei, Benedetto Menzini, Vincenzo da Filicaia collaborarono in diversa
guisa ad arginare il gusto barocco e prepararono, insieme con autori di
altre regioni d'Italia, quali Alessandro Guidi, Francesco de Lemene, Carlo
Maria Maggi, quella restaurazione classicistica che ebbe la sua sanzione
ufficiale con la fondazione dell'Arcadia romana (1690).
Il Settecento
Il classicismo dell'Arcadia si ispirò a una concezione razionalistica
della poesia. Testi fondamentali del classicismo arcadico restano Della
perfetta poesia di L.A. Muratori (1706) e la Ragion poetica di G. V. Gravina
(1708). Sui molti scrittori per vari aspetti rappresentativi si elevarono
tuttavia, come meglio capaci di esprimere ciò che di più
originale portava quel classicismo manierato e scolastico, Paolo Rolli
e Pietro Metastasio. Fu soprattutto nei melodrammi del Metastasio, ammirati
in tutta Europa, che la poesia dell'Arcadia diede la prova più convincente
con la lucida rappresentazione delle passioni e la facile vena musicale,
nella quale si effonde quel tanto di patetico che ancora si chiedeva alla
poesia. Se si pensa però all'opera di un filosofo della statura
di Giambattista Vico, alle infaticabili ricerche erudite del Muratori e
del Maffei, alle coraggiose posizioni della storiografia politica di Pietro
Giannone, ben si vede che la letteratura del primo Settecento non si chiude
negli stretti confini dell'Arcadia. Carlo Goldoni fu lo scrittore di genio
che seppe immettere nel teatro un potente senso di verità. La sua
poesia era nata dall'esperienza molto profonda del teatro, ma era anche
attentissima ai molteplici aspetti della società settecentesca,
e in particolare di quella veneziana che nel Goldoni trovò l'interprete
inuguagliato. Affine al Goldoni per certi aspetti della satira di costume
da lui svolta nel Giorno, il Parini, meno grande poeta del veneziano ma
letterato e artista più complesso, perseguì per tutta la
vita un'idea di classicismo che lasciò una traccia profonda nella
nostra poesia. Il suo ideale oraziano fu al tempo stesso morale ed estetico.
Il rinnovamento del XVIII sec. consistette in buona parte nello sforzo
di inserire la cultura italiana nel grande circolo della cultura europea.
Questo sforzo toccò le sue vette con Pietro Verri e gli scrittori
del Caffè, coraggiosamente affiatati con l'Illuminismo. A Melchiorre
Cesarotti spetta il merito di avere dato nel Saggio sulla filosofia delle
lingue la più geniale soluzione al giusto rapporto di conservazione
e innovazione nella lingua e, insieme, quello di avere proposto con la
traduzione in versi dei poemi di Ossian il più alto modello di poesia
preromantica. Ma l'incontro di correnti di cultura e di gusto differenti
e apparentemente lontane non fu destinato a produrre opere di superficiale
e accomodante sincretismo come è testimoniato dall'eccezionale personalità
di Vittorio Alfieri. In lui l'impulso libertario di origine illuministica
si fuse con una tensione ormai schiettamente romantica all'esaltazione
della individualità.
L'Ottocento
Il gusto dominante rimase neoclassico. Il neoclassicismo fu quello
di Vincenzo Monti e, in ambito più ristretto, di Pietro Giordani,
scrittori convinti che l'essenza dell'arte consistesse nel dare un sapore
antico alle cose nuove, e perciò inevitabilmente condannati a peccare
per eccesso di eloquenza e per sostanziale freddezza. Perciò tanto
grandeggia sul principio del XIX sec. l'opera di Ugo Foscolo. In lui, le
esperienze profondamente sofferte dell'età rivoluzionaria e napoleonica
trovarono non il cronista eloquente, quale fu Vincenzo Monti, ma il poeta
altamente commosso. Il tumulto di natura romantica espresso nelle giovanili
Ultime lettere di Jacopo Ortis, nate dal doppio dramma dell'amore infelice
e della patria tradita, non venne mai rinnegato dal Foscolo, e se la sua
poesia, attraverso le odi, i sonetti e i Sepolcri, volle giungere alla
purezza assoluta delle Grazie, non fu per un intiepidirsi della sua ispirazione
ma per il proposito tenacemente perseguito di sublimare le passioni nella
pura atmosfera della contemplazione artistica. Foscolo poté essere
maestro ai letterati della nuova generazione dei romantici: Silvio Pellico,
Giovanni Berchet, Ludovico di Breme, Pietro Borsieri. L'esigenza profonda
dei nostri romantici fu quella di dare un'impronta popolare alla letteratura.
In questo programma ebbero come compagno Alessandro Manzoni. Nel Manzoni,
la conversione al Romanticismo coincise con la conversione religiosa, e
pertanto la poesia della sua maturità, dagli Inni sacri ai Promessi
sposi, ebbe più profonda motivazione morale. Il suo itinerario di
creatore dopo le geniali prove delle liriche, specie gli Inni sacri, e
delle tragedie si concluse nella prosa del romanzo, in quel realismo psicologico
nutrito di profonda meditazione morale e religiosa, che fa dei Promessi
sposi l'opera in cui s'invera l'aspirazione di tanta letteratura settecentesca
dall'Arcadia al Goldoni, dal Parini agli illuministi, e al tempo stesso
si pone un ideale di prosa viva e moderna. Diversa da quella del Manzoni
ma non meno rappresentativa del rinnovamento romantico fu la contemporanea
opera del Leopardi. Egli approdò a una visione tragica della vita:
all'idea che il dolore è la legge del creato, e che all'uomo che
voglia affermare la propria dignità altro non resta che soffrire
in solitaria ed eroica fermezza. Nacquero da questa sua concezione opere
come i Canti, le Operette Morali e lo Zibaldone. Più ardito che
non nello stesso Manzoni fu il realismo dei grandi poeti dialettali Carlo
Porta e Giuseppe Gioacchino Belli. I narratori più rappresentativi
della generazione postmanzoniana furono Giovanni Ruffini e Ippolito Nievo.
Ma con costoro, e più ancora con Giovanni Prati e Aleardo Aleardi
il Romanticismo italiano toccò le sue punte estreme e si esaurì.
Nella seconda metà dell'Ottocento non senza l'influsso della filosofia
positivistica, la letteratura accentuò le tendenze realistiche che
erano già state tanto forti nel Romanticismo lombardo. Il bisogno
del concreto e del reale fu affermato con sempre più chiara coscienza
da Francesco De Sanctis. Ma la corrente nella quale la letteratura del
secondo Ottocento diede a pieno la misura dei suoi nuovi ideali fu il verismo.
Il verismo si volse soprattutto a interpretare l'ambiente delle nostre
province, e la Sicilia ebbe i suoi autori in Verga, Capuana, De Roberto;
Napoli ebbe la Serao e Di Giacomo; la Toscana Mario Pratesi e Fucini; la
Lombardia De Marchi e Rovetta. Il Carducci tenne una posizione ben sua,
che non può essere ricondotta senza forzature nella corrente del
verismo, né può essere vista quale anticipazione del decadentismo.
Per il Carducci vale la definizione data dal Croce: «ultimo poeta
classico d'Italia», e per la funzione pure cospicua che esercitò
come critico ed erudito egli non può essere staccato da quella cultura
di stampo positivistico e ancor ricca di ideali romantici.
Il Novecento
L'opera del Fogazzaro, del Pascoli e del D'Annunzio segnò l'avvio
a esperienze che, legate alle correnti del pensiero e del gusto europei
di fine Ottocento, ruppero i rapporti con la tradizione propriamente italiana.
Ma di un rinnovamento più profondo e duraturo fu capace all'inizio
del XX sec. Benedetto Croce. Sperimentazioni e improvvisazioni furono opera
di scrittori quali G. Papini, G. Prezzolini, G.A. Borgese. Futuristi (con
F.T. Marinetti) e crepuscolari più di tutti esercitarono siffatta
funzione di innovazione. Le personalità più vere fra gli
scrittori del primo Novecento risultano a noi G. Gozzano, Dino Campana,
Alfredo Panzini, Renato Serra. Allo sperimentalismo del principio del Novecento
si opposero negli anni immediatamente successivi al primo conflitto mondiale
gli scrittori del gruppo della Ronda: V. Cardarelli, E. Cecchi, R. Bacchelli,
A. Baldini, B. Barili, L. Montano, N. Savarese. Maestri di una letteratura
capace di affrontare i difficili problemi della coscienza moderna e di
una poesia fatta di intenso ed essenziale lirismo furono Luigi Pirandello,
la cui efficacia si esercitò allora soprattutto attraverso il teatro,
Italo Svevo, e tra i poeti Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba, Arturo Onofri
e Vincenzo Cardarelli. Una nuova stagione per la narrativa cominciò
con A. Moravia, C.E. Gadda, E. Vittorini, C. Pavese, V. Brancati, R. Bilenchi,
F. Jovine P.A. Quarantotti Gambini, G. Piovene, M. Soldati, G. Dessi, V.
Pratolini, I. Silone, T. Landolfi, D. Buzzati; fra le scrittrici, si ricordano
A. Banti, A. De Céspedes, G. Manzini. Ma anche più profondo
che nella narrativa fu il rinnovamento attuatosi nella lirica con Ungaretti,
Saba, Montale. C. Betocchi, S. Quasimodo, S. Solmi, L. Sinisgalli, A. Gatto,
M. Luzi, V. Sereni, S. Penna hanno dato vita a una delle più interessanti
stagioni della letteratura novecentesca: l'ermetismo. Il dopoguerra ha
segnato il passaggio dalla prosa lirica al romanzo. Le opere di C. Levi,
Bernari, Calvino, Tomasi di Lampedusa sono permeate di nuovi contenuti
politici, sociali e morali. La solitudine dell'uomo viene trattata da G.
Bassani e G: Cassola. Negli anni recenti il romanzo si rivolta verso trame
più aderenti alla realtà con P. Levi e L. Sciascia e inoltre
con N. Ginzburg, Banti, Romano, E. Morante, Buzzati, G. Testori, Mastronardi,
Bianciardi, Volponi, G. Morselli, Ledda, Camon, Tomizza, Malerba, Arpino,
Eco, Pasolini, Fenoglio, Pratolini. In poesia i versi più limpidi
si trovano in: Caproni, Penna, Raboni, Fortini, Roversi, Zanzotto, D. Bellezza,
M. Cucchi. Tra i critici letterari più raffinati si annoverano:
Contini, Caretti, Getto, Binni, Asor Rosa, Barberi-Squarotti, Pampaloni,
Fortini, Magris.
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Arte
L'arte in Italia, durante il I millennio a.C., risente molto delle superiori
civiltà del Mediterraneo soprattutto quella greca e quella fenicia.
Arte protocristiana, preromanica, romanica
Il primo esprimersi di un'arte italiana fu nella scultura e nella pittura
delle catacombe. Dopo il 313, la funzione di complesso architettonico cristiano
per eccellenza, destinato alla riunione dei fedeli e alla glorificazione
di Dio, fu assunto dalla basilica, le cui forme strutturali derivarono
dal mondo ellenistico-romano, come nelle basiliche romane di Santa Maria
Maggiore e Santa Sabina. Le primissime manifestazioni del romanico in I.
riguardano il paramento esterno della costruzione, articolato e sensibilizzato
da lesene, arcature cieche e archetti, in modi decorativi che, elaborati
da maestranze comasche, si diffusero ovunque in Europa. La grande novità
costruttiva del romanico italiano è però l'impiego sistematico
del costolone. Esempio principe del compatto organismo romanico è
il rifacimento, intorno al 1080, della basilica di Sant'Ambrogio a Milano.
A Venezia la chiesa di San Marco, consacrata nel 1024, a croce greca, ispirata
alla costantinopolitana chiesa dei Santi Apostoli, innalzò sontuosamente
gli spazi cavi delle sue cupole rivestite di ori e di mosaici. Personalità
dominanti della scultura dell'epoca furono Wiligelmo, diffusore di modi
plastici sensibili agli influssi dell'arte borgognona, e Benedetto Antelami,
autore della Deposizione (1178) nel duomo di Parma.
Il Duecento e il Trecento
Questo lungo periodo è caratterizzato dall'assorbimento e dall'elaborazione
dei modi stilistici del gotico, penetrati in I. al principio del XIII sec.
con i monaci cisterciensi. Il monumento più famoso dell'ordine è
San Francesco ad Assisi (iniziato da frate Elia) che nella chiesa superiore
accoglie le storie del santo affrescate da Giotto. A Firenze le grandi
chiese degli ordini mendicanti, Santa Maria Novella, domenicana, e Santa
Croce, francescana, inscrivono il luminoso spazio interno, uniformemente
dilatato, nelle strutture lineari degli altissimi pilastri e delle ampie
arcate; ma ancora più solenne è la cattedrale di Santa Maria
del Fiore, nella quale, alla fine del XIII sec., lavorò Arnolfo
di Cambio. Una preziosità senza pari, in forme slanciate e pittoresche,
si riflette nelle originali architetture tardogotiche veneziane: la Ca'
d'oro e il Palazzo Ducale, con il loro gioco dei colori sull'ombra nera
di archi, portici e gallerie. Lo scultore Nicola Pisano creò tra
il 1255 e il 1260 il pulpito del battistero pisano. Dalla bottega di Nicola
e con la sua collaborazione uscirono il pulpito del duomo di Siena, l'arca
di San Domenico (1264-1267) nella chiesa dedicata al santo a Bologna e
la Fonte maggiore di Perugia. Il più grande degli scolari di Nicola
fu il figlio Giovanni, temperamento artistico diversissimo, aperto al flusso
vitale della civiltà gotica e sempre originalissimo nell'espressività
delle figure in sé concluse della facciata del duomo senese e nei
vivi, violenti, drammatici rilievi dei pulpiti di Sant'Andrea a Pistoia
e del duomo di Pisa. Negli ultimi decenni del XIII sec., sorgendo dal neoellenismo
bizantino, si andò affermando una civiltà pittorica italiana
con il fiorentino Cimabue e con il romano Cavallini. Una diversa generazione
di pittori iniziò con Giotto. La sua limpida rappresentazione della
realtà segna alfine il pieno distacco dalla civiltà medievale
e l'abbandono delle formule bizantine. Il senese Simone Martini ebbe dell'arte
gotica il senso elegante dei miniatori francesi. Simone accolse le grandi
novità del linguaggio giottesco, capaci di esercitare viva suggestione
su un altro grande pittore senese, Pietro Lorenzetti, che lavorò
anche in collaborazione con il fratello Ambrogio, autore delle famose allegorie
del Buono e del Cattivo Governo nel Palazzo Pubblico di Siena, dove fece
le sue prime prove la pittura italiana di paesaggio.
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Il Quattrocento
Il fermento della civiltà artistica quattrocentesca, strettamente
legata alla cultura umanistica, comincia a Firenze, centro di irradiazione
del Rinascimento. Le vie maestre dell'architettura furono indicate dal
Brunelleschi e dall'Alberti. Capolavoro del Brunelleschi la cupola di Santa
Maria del Fiore, innalzata a partire dal 1420 senza supporti esterni, energica
e armoniosa. I primi studi di Leonardo sul tema della pianta centrale nacquero
nello stesso giro di anni, segno di un comune convergere della visione
architettonica. Diresse la decorazione della fastosa reggia urbinate dei
Montefeltro, dal 1477, Francesco di Giorgio Martini, senese, pittore, scultore,
architetto e costruttore di fortezze. Bramante impose il vero gusto classico
in Lombardia con i volumi armoniosi della chiesa di Santa Maria presso
San Satiro e del coro e cupola di Santa Maria delle Grazie a Milano. La
prima scultura veramente rinascimentale è il San Giorgio di Donatello,
per Orsammichele (Firenze, Museo del Bargello). L'influenza esercitata
dalla visione di Donatello e dal carattere interiore della sua arte fu
grandissima, e non soltanto per la scultura. L'arte di Andrea Verrocchio,
grandissimo bronzista e continuatore dei princìpi di Donatello,
è la sintesi più completa del clima artistico fiorentino
nell'ultimo quarto del secolo. La pittura rinascimentale nacque a Firenze
nella cappella Brancacci al Carmine: pochi metri quadrati di affresco nei
quali, con la sapiente prospettiva e il gioco della luce, Masaccio rinnovò
l'arte grandissima di Giotto. Il breve ciclo, dominato dal Tributo della
moneta, aprì la via a tutti gli orizzonti della pittura secondo
due indirizzi. Il primo, attraverso il Beato Angelico e Paolo Uccello,
interpretò Masaccio nei modi che, attraverso Domenico Geneziano,
sfociarono in Piero della Francesca, nella sintesi spazio-colore del suo
ciclo di affreschi con la Leggenda della Santa Croce (terminati nel 1460
nella cappella maggiore di San Francesco ad Arezzo). Con Filippo Lippi
e, in parte, Andrea del Castagno l'altro indirizzo innestò nella
forma masaccesca il linearismo donatelliano e trovò il filo che
guida alle elegie pagane del Botticelli (Primavera, Nascita di Venere,
Pallade doma il centauro) e alle ricerche espressive del Pollaiolo e del
Verrocchio. Tra i più giovani artisti che frequentarono la bottega
di Andrea del Verrocchio, fu anche Leonardo. Uno splendore senza precedenti
la pittura conobbe anche a Mantova con Andrea Mantegna, creatore di forme
solide e compatte in uno stile severo, plastico, con scorci sapienti e
lussuosi apparati archeologici, come nella grandiosa abside di fronde e
di gemme della Madonna della Vittoria (Louvre). La corte estense ospitando
a Ferrara, fra il 1430 e il 1450, artisti quali Pisanello, Iacopo Bellini
e Piero della Francesca, preparò le condizioni allo sviluppo di
una originale scuola pittorica, aperta anche alle forti suggestioni della
cultura mantegnesca e padovana. Giovanni Bellini si rivolse verso l'arte
semplice, serena, della calda atmosfera coloristica e tonale che gli è
propria.
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Il Cinquecento
Roma visse nel XVI sec. un periodo di grande splendore artistico. L'architettura
inizia con il tempietto di San Pietro in Montorio di Bramante. Egli affermò
la nuova classicità nei progetti del cortile del Belvedere e soprattutto
della nuova basilica di San Pietro in Vaticano. Nel 1546, ebbe inizio l'attività
architettonica di Michelangelo, in una temperie dominata dai problemi espressivi
della Controriforma, in quel rinnovarsi della coscienza artistica che viene
chiamato manierismo. Nelle altre regioni italiane la divulgazione dello
stile romano e del manierismo giunse a originali interpretazioni a Firenze
con il Vasari (palazzo degli Uffizi) e con l'Ammannati (cortile di palazzo
Pitti aperto sul giardino di Boboli), a Genova con Galeazzo Alessi (villa
Cambiaso), autore anche del palazzo Marino a Milano. A Venezia l'architettura
cinquecentesca si impose con Jacopo Tatti detto il Sansovino. Creatore
di un particolare umanesimo fu invece, nel Veneto, Andrea Palladio, che
trasfigurò in una personale visione di colore l'arte classica, il
senso di proporzione del Brunelleschi, quello delle masse di Leon Battista
Alberti e il valore spaziale di Bramante, dando un'impronta eterna a Vicenza
con il palazzo Chiericati, la basilica, il Teatro Olimpico, la loggia del
Capitanio, la Rotonda. La scultura del XVI sec. è dominata da Michelangelo.
È tuttavia impossibile separare in Michelangelo le due attività
di scultore e pittore. I progetti per il mausoleo di Giulio II e la volta
della Cappella Sistina, terminata nel 1512, davano già chiara l'idea
di come Michelangelo sapesse esprimere la sua potente drammaticità
attraverso le figure. Nella scultura del XVI sec. occupano un posto considerevole
anche Benvenuto Cellini, inarrivabile orafo oltre che scultore, e il Giambologna,
la cui arte toccò con raffinata eleganza tutti i temi cari al classicismo
intellettualistico dei manieristi fiorentini. Erede delle aspirazioni artistiche
del Quattrocento, Leonardo le trascese in unità e iniziò
la nuova visione pittorica del Cinquecento. Architetto, scultore, pensatore
e scienziato, egli dà con la sua pittura anche l'idea della vastità
dei suoi interessi dottrinali, dall'Adorazione dei Magi, al Cenacolo, alla
Gioconda, alla Sant'Anna.
L'idealismo universalistico del secolo caratterizza la pittura di Raffaello.
L'essenza classica della sua arte si manifesta nella decorazione della
Farnesina, con la Galatea, nei ritratti di Leone X e Baldassare Castiglione,
nei quadri sacri. L'influenza alterna di Raffaello e di Michelangelo si
espresse variamente nel manierismo dei seguaci, il più geniale dei
quali, Giulio Romano, tentò una sintesi delle due visioni e creò
il suo capolavoro a Mantova nel palazzo del Te. Voluttuoso nella decorazione
della volta del convento di San Paolo a Parma, il Correggio creò
visioni di luce dorata dissolte in movimenti luminosi nelle cupole di San
Giovanni Evangelista e della cattedrale, rispettivamente con l'Assunzione
e l'Ascensione, e un capolavoro di modernità compositiva nella Natività,
nota come la Notte di Dresda. A Venezia, Giorgione suggellò nel
primo decennio del secolo in unità di visione atmosferica i valori
del colore e della luce veneziana, attuando la riforma della pittura tonale
e creando l'espressione di un'umanità e di una poesia nuove in una
natura nuova. L'eredità di Giorgione fu raccolta da Tiziano, trionfatore
del Cinquecento veneziano nell'Assunta, nella Pala di Ca' Pesaro, nei Baccanali.
La cultura manieristica si inserisce nell'opera del Tintoretto, creatore
del ciclo della scuola di San Rocco, del Bassano dalla pennellata modernissima,
del Veronese, che è la «palladiana» conclusione del
linguaggio pittorico veneto del Cinquecento negli affreschi di Maser, nei
quadri mitologici, nei ritratti.
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Il Seicento e il Settecento
La visione plastico-monumentale del tardo Cinquecento romano fu trasformata
dall'esuberante fantasia del Bernini, uno dei creatori in campo scultoreo
e architettonico del barocco. La straordinaria fantasia dell'artista si
espresse nel palazzo Barberini, in Sant'Andrea al Quirinale, nella Scala
regia in Vaticano, dando la piena misura di sé nella sistemazione
di Piazza San Pietro. Nella scultura, l'ultimo manierismo cinquecentesco
si era manifestato con Pietro Bernini e con Francesco Mochi. Il nuovo senso
plastico di Gian Lorenzo Bernini, aperto allo spazio e all'atmosfera, si
espresse nell'Apollo e Dafne e nel David della Galleria Borghese. Immenso
fu il fermento suscitato dall'apparire del Caravaggio a Roma. L'importanza
della sua rivoluzione luminosa trascende i limiti della sua epoca: due
secoli di pittura europea sarebbero addirittura inconcepibili senza di
lui. Il linguaggio formale dell'architettura del Settecento, definito con
il termine di rococò, è caratterizzato dalla grande importanza
degli interni e dalla ricchezza delle decorazioni pittoriche e scultoree.
La disposizione delle pareti, che accetta, pur semplificandolo, il movimento
barocco, suggerisce la vaga impressione classicistica della reggia di Caserta,
capolavoro di Luigi Vanvitelli. Filippo Juvara (o Júvarra) e l'architetto
più insigne del secolo, originario di Messina ma operoso soprattutto
a Torino, dove la facciata di palazzo Madama, del 1718, è la più
originale versione settecentesca dei principi barocchi. In pittura la visione
dei veneziani, Sebastiano Ricci e Piazzetta, riscopritori, del colore chiaro
e vaporoso del Veronese, è alla base dello stile di Giambattista
Tiepolo, genio delle decorazioni auliche, monumentali e in questo senso
ancora tardobarocche del palazzo Labia e della chiesa degli Scalzi a Venezia,
della villa Pisani a Stra, del duomo di Udine. Il Canaletto e il Guardi
portarono al più alto livello la pittura di veduta e il capriccio.
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Dal neoclassicismo al Liberty
Il profondo mutarsi del costume e del pensiero coincise, nell'ultimo quarto
del XVIII sec., con la nascita del neoclassicismo, che oppose all'ultimo
barocco, per un'esigenza di semplicità e schiettezza, la ricerca
di una classica bellezza ideale. Architetto insigne fu Giuseppe Piermarini,
operoso nella Milano di Maria Teresa che egli rinnovò con gli armonici
volumi dei suoi edifici: palazzo Belgioioso, teatro alla Scala, Villa Reale
di Monza. Genio della scultura neoclassica fu Antonio Canova, che riflette
il nuovo senso della vita e della storia e la nuova concezione della forma
in opere che trascendono i moduli classici (Paolina Borghese). Il maggiore
architetto del periodo romantico fu Alessandro Antonelli, tecnico audace,
autore dell'arditissima Mole di Torino. L'ecclettismo, che caratterizza
la seconda metà del secolo, è palese in scultura, dal Sarrocchi
al retorico Giovanni Dupré, a Carlo Marocchetti. In pittura la pretesa
rivoluzione romantica, che fu detta la «rivoluzione dei trovarobe»,
ebbe in Francesco Hayez il suo vessillifero. Degni di menzione sono il
movimento dei macchiaioli, rinnovamento spirituale e tecnico, antiaccademico,
promosso da Serafino De Tivoli e i pittori della scapigliatura lombarda.
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Dal Liberty al futurismo e al Novecento
Nel XX sec., in ritardo rispetto al resto d'Europa, si affermarono in Italia
le nuove tendenze floreali o Liberty con Ernesto Basile, Raimondo D'Aronco,
Giulio Arata e persino Antonio Sant'Elia, che doveva precorrere nei disegni
futuristi la città nuova. Fra le due guerre le più nobili
opere dell'architettura razionale furono realizzate da Giuseppe Terragni
e da Giuseppe Pagano. Nella scultura un eccezionale tecnico del marmo,
quale Adolfo Widt, da inizi simbolisti e floreali, giunse a un suo originale
espressionismo. Primo grande maestro della pittura del Novecento fu il
livornese Amedeo Modigliani, attivo a Parigi accanto agli artisti francesi
d'avanguardia, pressappoco negli anni in cui i futuristi esaltavano la
simultaneità e il ritmo del movimento, e nascevano i capolavori
di Boccioni, allievo di Giacomo Balla, e quelli di Gino Severini, creatore
del Geroglifico dinamico del Bal Tabarin. Geniale creatore della pittura
metafisica fu Giorgio De Chirico. Altrettanto corposa, violenta, la tavolozza
di Renato Guttuso, il maggior pittore figurativo contemporaneo, autore
di prestigiosi ritratti.
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L'arte contemporanea
La ripresa dei contatti, lungamente interrotti, con la cultura europea
segnò per l'arte italiana del dopoguerra un momento di grande sviluppo,
caratterizzato da un vivace dibattito sulle avanguardie: da una parte i
sostenitori delle avanguardie postcubiste e dell'informale, a quell'epoca
in fase di espansione in tutto il mondo occidentale; dall'altra parte i
seguaci del neorealismo o realisti che propugnavano un'arte di scoperto
impegno civile anziché lirica, partendo anch'essi dalla lezione
postcubista, ma dal Picasso di Guernica. Accanto a queste due tendenze,
e in polemica con entrambe, vitalissima è stata l'esperienza concretista,
che proseguiva un filone nato negli anni Trenta e comprendente una vasta
gamma di espressioni centrate sulla ricerca nel campo della comunicazione
visiva (B. Munari, G. Veronesi), con significativi agganci con il design.
Attorno al 1960 ebbe grande sviluppo la Nuova figurazione, anch'essa intesa,
almeno inizialmente, in un duplice senso: da una parte i coscienti eredi
del realismo (G. Guerreschi a Milano, R. Vespignani a Roma), che venavano
il loro impegno civile di problematicità e talvolta di intima riflessione;
dall'altra ancora una volta l'«avanguardia», questa volta aperta
ai suggerimenti del neodadaismo e della pop-art in una vastissima gamma
di varianti. Nel dopoguerra sono da segnalare, sotto la stessa denominazione
di neorealismo nota nel campo cinematografico, le esperienze compiute da
un gruppo di giovani architetti, in particolare in collegamento con i nuovi
piani di edilizia economica e popolare, tendenti a rivalutare un'architettura
più vicino alla tradizione locale (Quartiere Tiburtino a Roma, 1950,
di Mario Ridolfi e borgo della Martella a Matera, 1951, di Ludovico Quaroni).
Tra la seconda metà degli anni Settanta e la prima metà degli
anni Ottanta l'interesse si sposta sul problema del recupero del patrimonio
edilizio esistente, sul controllo delle espansioni indiscriminate delle
grandi città, sulla salvaguardia delle funzioni «povere»
all'interno delle aree centrali delle città: alcuni piani e realizzazioni
italiane in questo campo acquistano risonanza internazionale (piano di
edilizia economica e popolare per il centro storico di Bologna, piano regolatore
generale di Milano, avvio di una politica di restauro urbano e di recupero
degli edifici storici). Alla ricerca di un rapporto con la storia della
città e del territorio, la nuova architettura italiana si inserisce
autorevolmente nel dibattito internazionale con attiva presenza di opere
e di teorie: Carlo Aymonino, Guido Canella, Giorgio Grassi, Vittorio Gregotti,
Paolo Portoghesi e Aldo Rossi si affiancano ai più noti Ludovico
Quaroni, Giuseppe Samonà, Mario Ridolfi, Giancarlo De Carlo e Ludovico
Belgioioso, grazie anche all'intensa attività pubblicistica italiana
nel settore (le riviste Casabella e Domus in particolare)