Vegetazione
La vegetazione alpina varia
a seconda delle zone altitudinali: alla quota più alta ci sono muschi
e licheni; scendendo verso il basso si incontrano boschi di conifere e
quindi faggeti; nel sottobosco, querce e castagni. La pianura padana è
intensamente coltivata, sono rari i boschi di querce e roveri e le macchie
di eriche e ginestre. Nella regione appenninica sono presenti, nell'area
più bassa, querce e piante di tipo mediterraneo, e, in quella più
alta, conifere, boschi e prati. La vegetazione della regione ligure-appenninica
e di quella adriatica è costituita dalla macchia mediterranea (pini
domestici e marittimi con sottobosco di timo e ginestre; lavanda; rosmarino,
ecc.)
Fauna
In I. la fauna è
caratterizzata da una grande varietà di specie. Nelle Alpi vivono
stambecchi, camosci, ermellini; più rari sono orsi e cervi. La Sardegna
e le isole vicine sono popolate da mufloni, daini, gatti selvatici e cinghiali.
I lupi sono presenti sugli Appennini e in Sicilia, mentre gli orsi non
sono rari in Abruzzo. In tutto il paese sono diffusi scoiattoli, lepri,
volpi, tassi, marmotte, ghiri, topi, pipistrelli, lucertole, vipere, bisce
d'acqua, rane, diverse specie di insetti, molluschi e altri invertebrati.
L'I. costituisce inoltre una importante via migratoria per alcune specie
di uccelli. Il passero tra le specie più diffuse nel paese. Specie
proprie delle Alpi sono il gallo cedrone, il francolino di monte, il fagiano
di monte, la pernice e il picchio. In Sardegna si trovano gruiformi, passeriformi,
fenicotteri e rapaci. Diffusi sono anche i tordi, le quaglie e le beccacce.
La fauna marina ricca presso il golfo di Napoli, lo stretto di Messina
e nel mar Ligure. Nei nostri mari abbondano soprattutto sardine, acciughe,
tonni e sgombri.
Parchi nazionali
Ai primi cinque parchi nazionali:
il Parco nazionale del Gran Paradiso (Piemonte-Valle d'Aosta), creato nel
1922 e vasto 56 mila ha; il Parco nazionale dello Stelvio, istituito nel
1935, vasto 95 mila ha; il Parco nazionale d'Abruzzo, creato nel 1923 e
vasto 38.000 ha; il Parco nazionale del Circeo, creato nel 1934, vasto
3.200 ha; il Parco nazionale della Calabria, creato nel 1968, nel 1989
il ministero dell'ambiente ha affiancato quattordici nuove aree protette
di interesse nazionale.
Geografia umana
La popolazione è
all'incirca raddoppiata in un secolo, passando da 26,1 milioni a 49,9 milioni
fra il 1861 e il 1961. Paradossalmente, questa crescita del tasso annuale
di mortalità è il prodotto dell'allungamento della vita.
Intanto il tasso di natalità è costantemente diminuito. Accentuate
restano comunque le differenze regionali: il Centro-Nord è in fase
di regresso demografico mentre il Sud presenta ancora incrementi, anche
se lievi, di popolazione. Dalla riduzione delle nascite deriva un invecchiamento
della popolazione. L'I. detiene il primato del più basso livello
di fecondità di tutto il mondo (con un valore medio di 1,2-1,3 figli
per donna nel 1992). L'I. è diventata paese di immigrazione. La
popolazione italiana è per oltre l'83% cattolica; sono presenti
minoranze protestanti (200.000 circa), di musulmani (300.000 circa) e di
ebrei (35.000 circa).
Geografia economica
Il paese è piuttosto
povero di risorse naturali. L'economia italiana è dunque essenzialmente
un'economia di trasformazione, che ha il suo punto di forza nell'industria
manifatturiera.
Agricoltura
Subito dopo la fine della
seconda guerra mondiale le attività agricole avevano ancora un peso
sostanzialmente pari a quello dell'industria o a quello delle attività
del settore terziario. Quarant'anni più tardi, alla fine degli anni
Ottanta, esse occupavano meno del 10% delle forze di lavoro complessive
e contribuivano a determinare il reddito nazionale in misura di poco superiore
al 5%. Comune a tutto il paese è la riduzione della superficie coltivata
e soprattutto l'esodo delle forze di lavoro dall'agricoltura, protrattosi
a lungo al ritmo di 200/300.000 unità in meno ogni anno. In ogni
caso, la riduzione del numero degli occupati non ha inciso sulla produzione,
che anzi è costantemente aumentata. I motivi stanno nelle opere
di bonifica, di rimboschimento, di creazione di bacini artificiali e di
acquedotti e nel sempre maggior impiego di moderni macchinari, di fertilizzanti
e di sementi selezionate. Il settore cerealicolo mantiene un'importanza
basilare nell'economia agricola nazionale. Il raccolto di riso soddisfa
pienamente il fabbisogno interno e consente una discreta esportazione.
La produzione di orzo è più che raddoppiata in un solo decennio,
mentre risulta stazionaria o in calo quella di segale e di avena.
Fra le coltivazioni industriali
primeggia per quantità la barbabietola con una produzione di zucchero
che arriva a soddisfare una buona parte del fabbisogno interno, mentre
risultano in crescita il tabacco e ancor più i semi di girasole.
Fenomeno tipico degli anni Ottanta è stata l'improvvisa esplosione
della produzione di soia, di cui il paese è diventato il maggior
produttore ed esportatore europeo. Fra le coltivazioni del settore legnoso,
primeggiano sempre quelle vitivinicole, per cui l'I. si contende con la
Francia i primi posti nel mondo. Ha realizzato inoltre un grande balzo
qualitativo il settore oleario. Da primato è anche la produzione
di agrumi, con il secondo posto nel mondo per i limoni e entro i primi
dieci posti per le arance e per i mandarini. L'altra frutta (mele, pere,
pesche, albicocche, ciliege, ecc.) e le produzioni ortive (cipolle, cavoli,
carciofi, insalata, zucchine, piselli, ecc.) mantengono una grande importanza
specialmente per il consumo interno e hanno fatto registrare un miglioramento
qualitativo più che quantitativo. La superficie forestale italiana
non è molto estesa (poco più del 20% del territorio nazionale)
ed è frequentemente devastata da un gran numero di incendi, spesso
dolosi. Un lieve aumento della produzione di legname non è bastato
ad attenuare la dipendenza dall'estero nel settore del legno e, soprattutto,
in quelli della cellulosa e della carta.
Allevamento
L'autosufficienza non è
ancora stata raggiunta. Il punto debole è rappresentato dai bovini.
L'allevamento suino risulta costantemente in espansione, sia dal punto
di vista quantitativo sia da quello qualitativo, mentre il numero di polli
e di conigli si è più che decuplicato. Si mantiene stabile
l'allevamento ovino e caprino.
Pesca
I mari italiani sono per
loro natura meno pescosi delle acque atlantiche e l'inquinamento ha contribuito
ad aggravare la situazione. Altri ostacoli a un maggior sviluppo del settore
vengono dallo stato di arretratezza di una parte della flottiglia peschereccia
e dalle frequenti controversie con la Tunisia, la Libia e la Croazia circa
l'accesso alle zone di pesca vicine a questi paesi.
Risorse energetiche
e minerarie
Il paese non manca di fonti
energetiche: esso figura fra i maggiori produttori di energia idroelettrica,
è ben fornito di gas naturale, non è del tutto privo nemmeno
di petrolio e di carbone e negli ultimi decenni ha più che raddoppiato
la produzione interna. Ma i consumi energetici nazionali sono più
che doppi rispetto alla produzione interna e si sorreggono su un massiccio
ricorso a importazioni, soprattutto petrolifere.
Industria
Per un lungo periodo lo
sviluppo delle industrie si è concentrato nel «triangolo industriale»
(Milano, Torino, Genova) e in genere nelle regioni settentrionali, favorite
dalla disponibilità di capitali preesistenti, dalla facilità
delle comunicazioni e dalla vicinanza al centro Europa più ricco
e più attivo. Questo sviluppo ha messo in moto lo spostamento di
centinaia di migliaia di lavoratori e di interi nuclei familiari, che si
sono travasati anzitutto dal Mezzogiorno al Settentrione, e più
in generale dalla montagna, dalle campagne, dai piccoli centri verso le
grandi città industriali, provocandone la congestione. La situazione
si è profondamente modificata fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta.
L'imporsi di nuovi modelli di vita, di nuovi bisogni e di nuovi interessi
ha rotto il sostanziale equilibrio fra attività industriali e terziario,
a tutto vantaggio di quest'ultimo. Fra i settori tradizionalmente più
forti dell'industria italiana spicca quello meccanico. Operano in questo
settore le due maggiori multinazionali del paese: la FIAT, tra i primi
produttori automobilistici europei, e l'Olivetti, grande produttrice ed
esportatrice di macchine per scrivere, calcolatrici, computer e materiale
elettronico. In attivo risultano anche il settore delle macchine utensili,
per la lavorazione del legno e dei metalli, e quello dell'automazione della
fabbrica e dei modernissimi robot. Tradizionalmente operosi sono pure i
settori del tessile e dell'abbigliamento. Con la graduale ma inarrestabile
sostituzione dei metalli con le materie plastiche, è entrato in
crisi il settore siderurgico, per cui dopo estenuanti trattative con i
partner comunitari sono stati definiti drastici tagli. Fra le numerose
altre industrie del paese sono da citare almeno quelle attive nei settori
alimentare, del mobile, degli elettrodomestici, editoriale, della carta,
del cemento e del vetro. Le attività artigianali comprendono le
numerosissime lavorazioni di ferri battuti, vetri soffiati, vasi, ceste,
tappeti e oggetti di ogni genere in metallo, in legno e in cuoio.
Terziario
La continua evoluzione socioeconomica
del paese trova il suo riscontro nel progressivo sviluppo delle attività
del settore terziario, che alla fine degli anni Ottanta occupava da solo
poco meno del 60% dei lavoratori attivi. In forte crescita sono risultate
le attività dei settori bancario e assicurativo, pur se la tempestiva
adozione di sistemi prima meccanizzati, poi computerizzati, ha comportato
una stasi o addirittura una contrazione del numero degli occupati. Dopo
una prima fase di forte crescita, ha cominciato a ridursi pure il numero
dei piccoli commercianti, con la scomparsa di numerosi esercizi minori,
sostituiti da un buon numero di supermercati e di giganteschi ipermercati.
Ininterrotta è risultata invece la crescita nel settore delle telecomunicazioni.
Nel corso degli anni Ottanta si sono rivelati sempre più drammatici
i problemi dell'intasamento del traffico automobilistico nelle grandi città
e della circolazione su strade e autostrade, con una conseguente grave
incidenza sull'inquinamento. L'inquinamento ambientale e i problemi di
circolazione rientrano fra i motivi di preoccupazione nei confronti di
quello che costituisce il maggior punto di forza del terziario italiano,
vale a dire il turismo. Un rilancio del settore appare indispensabile,
anche al fine di mantenere il sostanziale equilibrio della bilancia dei
pagamenti. L'I. membro dell'ONU, delle Comunità Europee, del Consiglio
d'Europa, dell'UEO, dell'OCDE e della NATO.
Preistoria
I ritrovamenti preistorici consentono
di dimostrare come il territorio italico sia stato abitato fin dal periodo
paleolitico inferiore. Più numerosi i resti attribuibili al successivo
periodo del paleolitico medio, in cui fecero apparizione anche in I. individui
della razza di Neandertal. Dopo il periodo che vide, con l'apparizione
degli utensili di rame, la diffusione della cultura neolitica del vaso
campaniforme, di estrazione iberica, fiorirono le varie culture dell'età
del bronzo, che vide al Nord il grande sviluppo degli insediamenti palafitticoli
e terramaricoli, lungo la penisola le civiltà d'origine pastorale
e al Sud la crescente influenza del mondo culturale egeo. È solo
con l'età del ferro che possono individuarsi vari aggruppamenti
in cui sono ravvisabili i popoli dell'I. preromana con una loro peculiare
fisionomia: a NO i Liguri, a NE i Veneti, gli Etruschi nella zona corrispondente
all'attuale Emilia-Toscana, quindi le popolazioni propriamente dette italiche
(Umbri, Sabini, Latini, Equi, Volsci, Sanniti, Campani, Lucani, Bruzi,
ecc.) nella zona centromeridionale, lapigi nella Puglia, Siculi e Sicani
in Sicilia, Sardi in Sardegna.
Storia
A più riprese, le rivalità
esistenti tra questi popoli diversi per origine e livello culturale si
risolsero in conflitti armati, soprattutto tra Greci ed Etruschi. Gli Etruschi,
sentendosi minacciati dall'espansione dei Focesi di Marsiglia, si allearono
con Cartagine e insieme ne distrussero la flotta nelle acque di Aleria.
Impadronitisi della Corsica, progredirono oltre il Lazio alla conquista
della Campania; ma la duplice disfatta di Cuma (524 a.C.) e di Ariccia
(505-504 a.C.) e la cacciata dei Tarquini da Roma li costrinsero a retrocedere.
La loro potenza si ridusse sempre più quando, a metà del
V sec. a.C., i Sanniti discesero dalle montagne dell'Abruzzo e Molise per
occupare le fertili pianure sottostanti e nell'I. settentrionale i Galli,
inserendosi tra Liguri e Veneti, irruppero nella pianura padana, donde
in seguito si riversarono nella penisola. Roma iniziò allora il
suo capolavoro politico-militare: la conquista e l'unificazione dell'I.
(IV-II sec. a.C.). Vi riuscì attraverso numerose guerre (con i Latini,
gli Etruschi, i Galli, i Sanniti, i Greci Italioti) e un'arte di governo
moderata e costruttiva.
Il nome I. si estese a buona
parte della penisola, mentre il latino diveniva la lingua comune. Poco
dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.) tutta la Gallia Cisalpina venne
incorporata nell'I., che estese in tal modo i confini settentrionali sino
alle Alpi, dal Varo all'Arsa. Ma lo sviluppo dell'Impero con le sue necessità
di organizzazione diminuì a poco a poco il primato dell'I. che finì
definitivamente con lo spostamento della capitale a Bisanzio. Con l'affermarsi
del cristianesimo le restava tuttavia un'altra funzione di preminenza:
a Milano, ormai capitale contro le minacce dei Barbari, sant'Ambrogio imponeva
la sua volontà all'imperatore Teodosio e a Roma il papato poneva
le basi della sua universale autorità.
Il medioevo
Le invasioni barbariche.
Dopo la morte di Teodosio
I il Grande (395), la divisione dell'Impero romano, già avvenuta
altre volte per periodi più o meno brevi in passato, divenne definitiva.
Da allora l'I. fu più volte invasa da popolazioni barbariche (Unni,
Goti, Visigoti, Ostrogoti) fino a quando Odoacre (476) depose l'ultimo
imperatore Romolo Augustolo e divenne re. L'imperatore d'Oriente Giustiniano
cercò in seguito di riconquistare l'I. e ci riuscì dopo venti
anni di lotte contro gli Ostrogoti. Un altro popolo fece però la
sua irruzione in I. conquistando il Nord: i Longobardi (568). La dominazione
longobarda ebbe fine dopo due secoli con l'invasione di Carlo Magno, re
dei Franchi (774).
L'età carolingia
Carlo Magno fu cinto della
corona imperiale da papa Leone III la notte di Natale dell'anno 800. Egli
portò in I. il sistema feudale francese, dividendo la penisola in
grandi feudi affidati a comites alle sue dipendenze. Alla morte di Carlo
i suoi successori non seppero mantenere l'unità politica dell'impero.
Diverse personalità si contesero per lungo tempo la corona imperiale
fino a quando Ottone I di Sassonia intervenne nelle lotte e fu incoronato
imperatore nel 962.
L'età dei
Comuni
Il fenomeno comunale fu
all'inizio la manifestazione della volontà di autonomia delle città
padane e toscane, espressa dalla piccola nobiltà locale e appoggiata
dai vescovi. Ben presto molti Comuni sorsero in tutta I., molti economicamente
prosperi. Federico I di Svevia il Barbarossa (1152-1190) rivendicò
i diritti dei sovrani usurpati dai Comuni e si scontrò a Legnano
(1176) con i Comuni organizzati nella Lega lombarda uscendo sconfitto.
Con la battaglia di Benevento (1266) si instaurò in I. il predominio
angioino. Nel Sud cominciò una guerra ventennale tra angioini e
aragonesi.
Stati signorili
e principeschi
Nel XIV e XV secolo molte
città comunali accrebbero enormemente il loro potere. Tra queste
Venezia, Verona, Pisa, Milano e Firenze. In esse salirono al potere famiglie
locali molto in vista (ad es. gli Scaligeri a Verona, gli Sforza e i Visconti
a Milano, i Medici a Firenze) che trasformarono i Comuni in signorie. La
lotta per l'egemonia tra Milano, Firenze e Venezia si concluse con la pace
di Lodi (1454) che diede inizio a un periodo di equilibrio e di rigogliosa
vita culturale. Nel Sud l'insurrezione e la guerra dei Vespri siciliani
(1282-1302) avevano separato il regno di Sicilia, divenuto Aragonese, dal
regno di Napoli conservato dagli Angioini. Alla fine del medioevo l'I.
si configurava come un sistema di cinque Stati maggiori: Napoli, Roma,
Firenze, Venezia e Milano tenuti insieme da un fragile patto di non aggressione
che resistette per quarant'anni (1454-1494).
Le guerre di predominio
e la preponderanza spagnola
Dalla discesa di Carlo VIII
all'avvento di Carlo V. L'equilibrio tra gli Stati italiani non resistette
all'attacco di Carlo VIII di Francia, col quale si iniziarono le guerre
per il predominio sulla penisola durate dal 1494 al 1559: protagonisti
principali la Francia, la Spagna e l'Impero, fiancheggiati o osteggiati
dall'uno o dall'altro degli Stati italiani; conclusione, il predominio
della Spagna, mantenuto sino ai primi anni del XVIII sec. Domini diretti
della corona spagnola furono i regni di Sardegna, di Sicilia e di Napoli,
il ducato di Milano, alcune parti della costa tirrenica, l'Elba e Piombino.
I francesi restituirono il Piemonte ai Savoia. Nonostante queste guerre,
l'I. visse tra il 1454 e il 1559 un fervido periodo culturale. Tra le personalità
che lo caratterizzarono vi furono Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Ariosto,
Machiavelli, Guicciardini. L'atteggiamento dei sudditi verso la Corona
spagnola fu, in complesso, di lealtà e di devozione. Nel regno di
Napoli, pressione tributaria e servitù militari, sopportabili nel
Milanese, soverchiavano una popolazione economicamente molto più
debole e in condizioni di cronico squilibrio sociale. Senza sottovalutare
l'opera svolta dal governo spagnolo per la protezione del territorio dagli
attacchi esterni e per sottomettere a disciplina i baroni, né le
provvidenze per il risanamento urbanistico della capitale e per l'incremento
delle attività produttive, va notato che il disagio della popolazione
venne sempre crescendo e, pur rimanendo vivo un sentimento di devozione
verso la Corona, non mancarono sommosse. La più grave fu quella
legata al nome di Masaniello (1647): nell'autunno del 1647 fu proclamata
la Repubblica con il titolo confuso di Serenissima Repubblica del regno
di Napoli. Ma gli spagnoli soffocarono la ribellione (primavera 1648).
Tra gli Stati indipendenti dalla dominazione spagnola, il più importante
era quello della Chiesa, governato tra la metà del XVI sec. e la
fine del XVII dai papi promotori ed esecutori della restaurazione cattolica.
La politica ecclesiastica non distolse tuttavia i papi dalla cura degli
affari temporali, e fu una cura rivolta ad accrescere i domini territoriali
e a garantire al complesso di essi la sicurezza di fronte ai pericoli sia
di disgregazione interna sia di attacchi dall'esterno. Venezia era rimasta
estranea alle guerre d'I. dopo il 1530. Durante la guerra contro i Turchi
per il possesso di Cipro ebbe il soccorso di una crociata e di navi spagnole,
sabaude, toscane e pontificie. Gli Stati sabaudi furono i meno toccati
dal dominio spagnolo e tentarono anche di conquistare alcuni possedimenti
francesi. Tra la fine del 1600 e l'inizio del 1700 l'I. fu teatro dello
scontro tra le potenze europee. I Savoia aumentarono il loro peso politico,
mentre al dominio spagnolo si venne sostituendo quello austriaco (trattato
di Utrecht del 16 aprile 1713).
Il predominio austriaco
Con la pace di Utrecht l'Austria
aveva sostituito la Spagna quale potenza dominante in I., assicurandosi
il Milanese, la Sardegna, il Napoletano e lo Stato dei Presidi, mentre
Vittorio Amedeo II di Savoia, che aveva mirato alla conquista del Milanese,
dovette accontentarsi del Monferrato e della Sicilia col titolo di re.
La Lombardia austriaca (comprendente le odierne province di Milano, Como,
Varese, Cremona senza Crema, possesso veneziano, Mantova e Pavia senza
l'Oltrepò) ricevette un notevole impulso dal riformismo absburgico
e fu, con la Toscana, quello tra gli Stati italiani in cui fu maggiore
l'efficacia del movimento illuministico e in cui i processi di trasformazione
economica a cui era avviata la penisola si manifestarono nei loro aspetti
più positivi. L'I. della fine del Settecento fu travagliata da un'acuta
crisi sociale, rappresentata in particolare dalla crescente miseria delle
popolazioni contadine, su cui si innestava la crisi della politica riformatrice,
che nasceva dal contrasto tra l'autoritarismo dei sovrani e la debolezza
delle forze innovatrici; inoltre quasi tutti gli Stati italiani si trovavano
in difficoltà finanziarie. Su questa situazione doveva influire
potentemente la Rivoluzione francese, le cui idee trovavano un terreno
particolarmente adatto nei gruppi più vivi dei ceti intellettuali
italiani, specie tra i più giovani, che dall'Illuminismo avevano
ricevuto un'educazione ispirata alle idee di libertà e di uguaglianza,
di sovranità popolare e dei diritti dell'uomo.
Le origini del
Risorgimento
L'età giacobina e
napoleonica (1796-1814). Una parte del ceto dirigente illuminista, di fronte
all'affossamento delle riforme, si distaccò dai governi (Melzi,
Verri, G.B. Vasco), abbracciando posizioni costituzionali moderate che
ne prepararono l'adesione ai governi repubblicani. Si formarono minoranze
«patriote» e giacobine, in parte derivate dalla massoneria,
che iniziarono una vivace attività cospirativa accompagnata da repressioni
poliziesche ed esecuzioni capitali. Napoleone iniziò la sua penetrazione
in I. nel marzo 1796. Un congresso elettivo convocato a Reggio e poi a
Modena (27 dicembre 1796 - 1° marzo 1797) approvò la creazione
di una Repubblica Cispadana una e indivisibile, la cui costituzione, accentuatamente
moderata e modellata su quella francese del 1795, fu l'unica del triennio
repubblicano a non essere imposta dai Francesi. Un direttorio di tre membri
e un corpo legislativo si riunirono a Bologna; ma nel luglio del 1797 Bonaparte
decise di sciogliere la Cispadana e la aggregò, insieme alla Romagna,
alla Repubblica Cisalpina, sorta il 29 giugno 1797. Sin dal 6 giugno era
stata creata la Repubblica Ligure democratizzata; un grave colpo ricevette
invece il movimento giacobino con la cessione all'Austria del Veneto, sanzionata
dalla pace di Campoformio (17 ottobre 1797). Anche Roma fu occupata dai
Francesi e venne istituita la Repubblica Romana (1798).
Nel 1805 Napoleone, divenuto
imperatore, assunse il titolo di re d'I. e trasformò la Repubblica
Italiana in Regno d'I. Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia (1813),
sorse la speranza che fosse possibile ottenere per i regni napoleonici
in I. l'indipendenza sia dalla Francia sia dall'Austria. Di questa situazione
approfittò l'Austria per instaurare una reggenza, che il 12 giugno
proclamò l'annessione della Lombardia all'Impero austriaco. Le sorti
dell'I. vennero definitivamente decise dal congresso di Vienna, che restaurò
gli antichi sovrani.
Il Risorgimento
Dopo la Restaurazione si
diffuse in tutta I. il desiderio di indipendenza. Ovunque si costituirono
sette segrete (si ricorda in particolare la Carboneria) e gruppi rivoluzionari.
La prima azione fu quella della Carboneria napoletana (1820) che ottenne
da re Ferdinando la costituzione spagnola del 1812. Altre insurrezioni
si ebbero poi in tutta I. ma furono represse. Uomini come Mazzini (che
aveva fondato nel 1831 un'associazione di patrioti, la «Giovine Italia»),
Buonarroti, Balbo e Gioberti sollevarono per primi il problema dell'unità
nazionale, proponendo diverse soluzioni (mentre Gioberti auspicava uno
Stato sotto la guida del papa, Mazzini sperava in una rivoluzione che avrebbe
portato alla repubblica). Il 1848 fu l'anno in cui iniziarono vere e proprie
battaglie per l'indipendenza (Indipendenza italiana, guerre d'). Insorsero
Palermo, Milano (Cinque giornate) e poi Venezia. Carlo Alberto di Savoia
accorse in aiuto dei rivoluzionari e così fecero altri sovrani fino
a quando, ritiratosi papa Pio IX dal conflitto, ne seguirono l'esempio.
Carlo Alberto, sconfitto a Custoza, fu costretto ad abdicare in favore
del figlio. Le iniziative rivoluzionarie che seguirono, a opera di Mazzini
e Pisacane, non ebbero successo. Cominciava a prendere piede il moderatismo
di Cavour (presidente del consiglio nello Stato dei Savoia) che auspicava
un'unione sotto la guida del Piemonte. Cavour stabilì un accordo
con Napoleone III (Plombières, luglio 1858) con il quale la Francia
accettava di aiutare l'I. in caso di attacco austriaco. Ciò accadde
durante la II guerra d'Indipendenza che si concluse inaspettatamente con
l'armistizio stipulato da Napoleone a Villafranca, nonostante le vittorie
italiane a Solferino e a San Martino. I Savoia ottennero solo la Lombardia.
Cavour deluso si dimise per poi ritornare sulla scena politica nel 1860,
quando Napoleone diede il suo assenso ai plebisciti con i quali la Toscana
e la Romagna chiedevano e ottenevano l'annessione al Piemonte. In seguito
all'insurrezione palermitana dell'aprile 1860, Garibaldi assunse la guida
di una spedizione che partì da Quarto (Mille, spedizione dei) nel
maggio 1860. Tale spedizione ebbe successo e si concluse con la conquista
della Sicilia e di Napoli e con l'incontro tra Garibaldi e il re Vittorio
Emanuele II, che era penetrato in Roma battendo l'esercito papale, a Teano
(ottobre 1860). Il 17 marzo 1861 venne pubblicato il decreto che proclamava
il regno d'I. sancendone l'unità.
L'Italia unita
La camera del nuovo regno
d'I. (il ramo rappresentativo del parlamento, accanto al senato, di nomina
regia), i cui deputati venivano eletti sulla base di collegi uninominali
da un elettorato che rappresentava soltanto il 2% dell'intera popolazione
della penisola, era divisa in due schieramenti, una Destra, composta da
liberali conservatori e moderati, e una Sinistra, che riuniva i liberali
più avanzati e i democratici, preoccupati soprattutto di risolvere
i problemi dell'unificazione. Alla morte di Cavour (6 giugno 1861) venne
chiamato al potere Bettino Ricasoli, che si preoccupò degli immediati
problemi amministrativi posti dalla formazione dello Stato unitario, risolvendoli
con l'accentramento e la divisione dello Stato in 59 prefetture dipendenti
dal ministero degli interni e unificò il debito pubblico assumendo
il disavanzo degli Stati scomparsi; nel Meridione venne iniziata una dura
repressione del brigantaggio: la lotta che ne nacque si prolungò
fino al 1865, provocando più di cinquemila morti tra le file dei
briganti. Il partito d'azione premeva intanto per la liberazione di Roma
e del Veneto. Maturava la possibilità di conquistare il Veneto,
attraverso un'alleanza con la Prussia che era ormai in aperto contrasto
con l'Austria. Pur tra difficoltà e diffidenze reciproche le trattative
sboccarono nel trattato dell'8 aprile 1866, sulla base del quale l'I. entrò
successivamente in guerra, senza che però fosse stato elaborato
un piano d'azione comune tra i due eserciti. (Indipendenza italiana, guerre
d').
L'I. ottenne così
il Veneto. Dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan, sotto la pressione
della Sinistra e di gran parte dell'opinione pubblica, falliti gli estremi
tentativi di trovare un accordo con Pio IX, le truppe del generale Raffaele
Cadorna penetrarono nello Stato Pontificio e conquistarono Roma (20 settembre
1870). Il papa, coerentemente alle sue precedenti prese di posizione, si
dichiarò contrario a ogni riconoscimento del fatto compiuto, e il
governo diede una soluzione unilaterale ai rapporti col Vaticano mediante
la legge delle Guarentigie (1871). Le elezioni del novembre 1874 segnarono
un insuccesso della Destra storica e nel marzo 1876 il re dovette chiamare
al governo Agostino Depretis, capo della Sinistra parlamentare. Nel paese
si diffondevano e si organizzavano le prime forze di una Sinistra dichiaratamente
socialista. Il governo approvò un allargamento del corpo elettorale
in conseguenza del quale gli elettori passarono da 600.000 a 2 milioni
circa (1882). Dopo il 1880, per il timore di restare isolati in Europa,
il governo si indirizzò verso una cauta espansione in Africa e verso
l'alleanza con gli Imperi centrali (Triplice alleanza, 20 maggio 1882,
rinnovata poi nel febbraio 1887 a condizioni più vantaggiose). Nell'agosto
1887, alla morte di Depretis, la presidenza del consiglio fu assunta da
F. Crispi. Nel marzo 1896 Crispi, che aveva ripreso la politica di espansione
coloniale in Africa (occupazione dell'Eritrea), puntando su di essa per
risolvere anche le difficoltà interne, venne rovesciato a seguito
della sconfitta di Adua (1° marzo 1896). Tra l'aprile e il maggio 1898
si ebbe una serie di dimostrazioni, che culminarono nelle giornate di Milano
(6-8 maggio) in cui il generale Bava-Beccaris impiegò l'esercito
per una repressione sanguinosa, a cui seguì la proclamazione dello
stato d'assedio in quasi tutte le province e la persecuzione contro i socialisti
e i cattolici dell'Opera dei congressi, accusati entrambi di aver promosso
i tumulti. La vastità della crisi del 1898 spinse il governo Pelloux
(costituitosi nel giugno 1898) ad accentuare la politica illiberale, presentando
una serie di decreti-legge per la restrizione delle libertà di sciopero,
di stampa e di riunione. Gli succedette (giugno 1900) G. Saracco che ritirò
i disegni di legge illiberali.
L'età giolittiana
e la prima guerra mondiale
Il periodo 1900-1913 fu caratterizzato
dalla figura di Giolitti che fu più volte presidente del consiglio.
Sotto di lui si ebbe un periodo di grande espansione economica. Nel 1912
fece approvare la riforma elettorale che prevedeva il suffragio universale
maschile esteso a tutti coloro che avessero fatto il militare anche se
analfabeti. In politica estera riprese la campagna per la conquista della
Libia (1911-1912). Giolitti si dimise nel marzo 1914 in seguito all'insuccesso
elettorale del 1913 che aveva visto un'enorme crescita dei socialisti e
dei cattolici. Salandra, succeduto a Giolitti, fece entrare l'I. nel primo
conflitto mondiale (24 maggio 1914). ® Guerra mondiale (prima)
L'Italia tra le
due guerre
Al termine della prima guerra
mondiale l'I. - pur vittoriosa - dovette affrontare una situazione molto
grave dal punto di vista economico-sociale, di fronte a cui la vecchia
classe dirigente liberale si rivelò inadeguata, mentre si affermavano
due partiti di massa, il partito socialista e il partito popolare italiano
(fondato da don Sturzo nel 1919). Mussolini fondò a Milano il movimento
dei Fasci Italiani di combattimento (23 marzo 1919), con un programma ultrademocratico
e nazionalista nello stesso tempo. Per tutto il 1921 la violenza fascista
(squadrismo, spedizioni punitive, ecc.) imperversò in Italia contro
le organizzazioni socialiste, specie nella Val Padana, spesso con la connivenza
delle autorità; nel partito socialista maturava intanto una crisi
che portò nel gennaio 1921 alla scissione della minoranza aderente
ai ventun punti della terza Internazionale e alla fondazione del partito
comunista d'Italia (congresso di Livorno). Il movimento fascista (costituitosi
in partito il 9 novembre 1921 nel congresso di Roma) andò sempre
più rafforzandosi. Nel congresso nazionale fascista riunitosi a
Napoli il 24 ottobre il «duce» annunziò la «marcia
su Roma», che fu effettuata il 28 dello stesso mese. Mussolini ebbe
dal re l'incarico di formare il governo, che fu insediato il 31. Il primo
governo Mussolini fu un governo di coalizione, cui parteciparono esponenti
liberali e popolari e che fu appoggiato dall'esterno anche da Giolitti,
poiché la vecchia classe dirigente pensava ancora che fosse possibile
arrivare a una «normalizzazione» e costituzionalizzazione del
fascismo.
Tra il novembre 1922 e il
giugno 1924, il fascismo esautorò di ogni potere gli altri partiti
e creò suoi organi, come il Gran consiglio e la Milizia (gennaio
1923), che assicurò a Mussolini uno strumento del tutto indipendente
dalla normale organizzazione militare dello Stato. Il 25 gennaio 1924 un
decreto reale sciolse la camera, dopo che i due rami del parlamento avevano
approvato la legge elettorale maggioritaria Acerbo, che fu applicata nelle
elezioni del 6 aprile, svoltesi in un clima di violenze e di soprusi. Con
una legge del 24 dicembre 1925 Mussolini, che cumulò in sé
le funzioni di capo del governo e di primo ministro, venne investito della
piena autorità esecutiva, che esercitava a nome del re senza ingerenza
del parlamento, il quale venne privato dell'iniziativa delle leggi. Un
elemento assai importante nella politica del fascismo fu l'avvenuta conciliazione
dello Stato con la Chiesa (patti lateranensi dell'11 febbraio 1929), che
servì a Mussolini anche per rafforzare il prestigio del fascismo
e quello suo personale e per utilizzare l'appoggio della Chiesa come strumento
di espansione nazionale. In politica estera, Mussolini pensava all'Etiopia
come campo di espansione coloniale. Dopo la rapida vittoria (maggio 1936)
e la proclamazione di un effimero Impero, la cui corona fu offerta a Vittorio
Emanuele III, poté delinearsi e prendere sempre più consistenza
un avvicinamento italo-germanico che fu fissato negli accordi di Berlino
del 23 ottobre 1936 (l'Asse Roma-Berlino, come lo definì Mussolini
nel discorso di Milano del 1° novembre 1936); l'intesa fra i due Stati
totalitari fece poi le sue prove con l'intervento, in aiuto di Franco,
nella guerra civile di Spagna (1936-1939), consolidandosi definitivamente
con la stipulazione del Patto d'acciaio (22 maggio 1939).
La seconda guerra
mondiale, la caduta del fascismo e la Resistenza
L'I. intervenne nel conflitto
(Guerra mondiale (seconda)) a fianco della Germania nel 1940 dopo un periodo
iniziale di non belligeranza e dopo alcune incertezze dovute al fatto che
il ministro degli esteri Ciano, dopo essere stato un fautore dell'Asse,
era venuto progressivamente raffreddando i suoi entusiasmi verso la Germania.
Il distacco tra paese e regime si venne allargando man mano che lo sfavorevole
andamento delle operazioni dimostrò l'inadeguatezza della preparazione
militare e l'errore dei calcoli di Mussolini. Questi, messo in minoranza
nella seduta del Gran consiglio del 25 luglio 1943, fu fatto arrestare
da Vittorio Emanuele III, che affidò il potere a un governo presieduto
dal maresciallo Pietro Badoglio e composto da tecnici e da militari. Badoglio
avviò nell'agosto trattative con gli Alleati, che portarono all'armistizio
di Cassibile (3 settembre), annunciato prematuramente l'8 settembre dal
governo italiano. Il governo Badoglio, rifugiatosi al Sud con il sovrano
sotto la protezione alleata mentre Roma veniva occupata dai Tedeschi, firmò
il 29 settembre a Malta un nuovo armistizio («armistizio lungo»)
e il 13 ottobre dichiarò guerra alla Germania, mentre i ricostititi
partiti antifascisti (democratico cristiano, socialista, comunista, liberale,
demolaburista, d'azione, repubblicano) rifiutavano di collaborare con Badoglio
e con la monarchia. Nell'I. occupata dai Tedeschi si costituiva intanto
la Repubblica Sociale Italiana, capeggiata dallo stesso Mussolini (23 settembre
1943). Contro i fascisti della Repubblica di Salò e gli occupanti
tedeschi si organizzò, il movimento della Resistenza, sviluppatosi
subito dopo l'8 settembre in tutta l'I. centrosettentrionale, dapprima
come fenomeno spontaneo poi come organizzazione militare dei Comitati di
liberazione nazionale (CLN). Roma fu liberata il 4-5 giugno 1944, e subito
dopo si ebbe la proclamazione della luogotenenza e la formazione di un
nuovo governo, presieduto da I. Bonomi, presidente del CLN centrale. Dal
febbraio 1945 poté realizzarsi, in coincidenza con la vittoriosa
offensiva alleata, un'intensificazione dell'attività delle formazioni
partigiane, che sboccò nell'insurrezione generale dell'aprile 1945
e nella liberazione totale del territorio nazionale. Si formò nel
giugno 1945 il ministero presieduto da F. Parri, segretario del partito
d'azione ed esponente partigiano, come soluzione di compromesso tra le
opposte candidature di Alcide De Gasperi (DC) e Pietro Nenni, segretario
del partito socialista. Nel marzo-aprile 1946 il governo fece effettuare
le elezioni amministrative, che segnarono il netto prevalere dei partiti
di massa (democratici cristiani, socialisti e comunisti), mentre gli altri
partiti venivano drasticamente ridimensionati dal responso delle urne.
Il governo stabilì per il 2 giugno 1946 le elezioni politiche per
l'elezione di un'Assemblea costituente, che avrebbe dovuto elaborare una
nuova costituzione, da tenere contemporaneamente a un referendum istituzionale.
Poco prima delle elezioni Vittorio Emanuele III abdicò (9-10 maggio):
la soluzione repubblicana prevalse, sia pure di stretta misura, con il
54% dei voti (12.717.923 contro 10.719.284). I tre partiti maggiori diedero
vita (insieme col piccolo partito repubblicano: 4,4%) a un nuovo ministero
De Gasperi. Fu questo il governo che il 10 febbraio 1947 firmò il
trattato di pace (ratificato nell'autunno): le clausole del trattato comportavano,
oltre alla perdita dell'Istria a favore della Iugoslavia e a piccole rettifiche
sulla frontiera alpina a vantaggio della Francia, la rinuncia alle colonie,
il pagamento di risarcimenti alle potenze vittoriose, forte riduzione delle
forze armate. Restavano però ancora aperte la questione di Trieste
e la controversia per l'Alto Adige con l'Austria. La costituente, riunitasi
il 25 giugno 1946, elesse due giorni dopo capo provvisorio dello Stato
Enrico De Nicola, elaborando nei mesi successivi la costituzione repubblicana,
approvata il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948.
Le prime elezioni tenutesi dopo l'entrata in vigore della costituzione
(18 aprile 1948) si svolsero in un clima di tensione. La democrazia cristiana
ottenne la maggioranza assoluta dei seggi (48,5% dei voti). Il liberale
L. Einaudi l'11 maggio 1948 venne eletto presidente della Repubblica. In
politica estera, dopo il 18 aprile l'I. accentuò il suo schieramento
dalla parte dell'Occidente dando la sua partecipazione all'alleanza militare
della NATO. Nel campo delle relazioni internazionali, un avvenimento importante
fu la definizione del problema di Trieste, lasciato irrisolto dal trattato
di pace; la questione, entrata in una fase acuta sotto il successore di
De Gasperi, Pella, fu risolta dal successivo ministero Scelba (10 febbraio
1954 - 8 luglio 1955) mediante un accordo con Tito (ottobre 1954) che attuò
una spartizione del Territorio libero (con la successiva incorporazione
di Trieste all'I.). Nel frattempo processi e trasformazioni di notevole
rilievo stavano verificandosi all'interno dei principali partiti. Le elezioni
politiche del 1958 non fecero registrare spostamenti notevoli nello schieramento
politico italiano. L'incarico di formare il governo fu assunto da Fanfani,
il quale diede vita a un ministero fondato sulla coalizione tra democristiani
e socialdemocratici, che poté entrare in carica per l'astensione
dei sette deputati repubblicani (1° luglio 1958 - 26 gennaio 1959);
il governo Fanfani si orientò a sinistra. Dimessosi Fanfani per
i contrasti interni della DC fu messo in piedi un governo di ordinaria
amministrazione presieduto da Segni (15 febbraio 1959 - 26 febbraio 1960),
costituito da soli democristiani e con l'appoggio dei liberali, dei due
partiti monarchici e del MSI. Intanto nella democrazia cristiana, emergeva
il nuovo segretario Aldo Moro. Nel maggio 1962 si svolse la battaglia per
la presidenza della Repubblica, che vide la vittoria delle forze moderate
e conservatrici e portò all'elezione, dopo ben nove scrutini, di
Antonio Segni. Gli anni dal 1959 alla fine del 1963 furono caratterizzati,
sul piano economico, da un boom della produzione industriale senza precedenti
nella storia dell'economia del paese, che trasformò l'I. in un paese
altamente industrializzato. Le elezioni per la quarta legislatura repubblicana
(28-29 aprile 1963) confermarono la maggioranza relativa della DC. Le trattative
per un nuovo governo di centro-sinistra, furono portate avanti da Moro,
che riuscì a raggiungere un accordo tra i quattro partiti del centro-sinistra
per un rilancio programmatico. Il congresso socialista apertosi il 24 ottobre
approvò la decisione di creare un governo di coalizione quadripartito
con la partecipazione diretta dei socialisti. Moro poté così
presentare il nuovo governo (Moro presidente del consiglio, con Nenni alla
vicepresidenza), che ebbe come capisaldi programmatici la promulgazione
di un programma economico quinquennale, l'istituzione delle regioni e una
serie di riforme in campo scolastico, urbanistico e agrario. Il 1969 fu
l'anno più turbato e inquieto dall'inizio della Repubblica e segnò
una nuova svolta nella sua storia. Dal mondo studentesco l'agitazione investì
il mondo sindacale. La accompagnarono sintomi di rallentamento dello sviluppo
produttivo e di sfiducia nella stabilità economica e politica del
paese. Crebbero il deficit della bilancia dei pagamenti e la fuga dei capitali
all'estero. In questo clima di tensione, ebbe luogo il tragico episodio
dell'attentato dinamitardo di piazza Fontana, a Milano, che provocò
la morte di 16 persone. Il 23 maggio del 1970 ebbe luogo uno scontro di
piazza tra fascisti e polizia. Tutto il corso degli anni '70 fu caratterizzato
da sanguinose azioni di terrorismo che sconvolsero l'I.
Il 24 dicembre 1971, dopo
una lunghissima consultazione, venne eletto presidente della Repubblica
il giurista democristiano G. Leone. Dopo il falimento del tentativo di
ricostituire un governo di centro-sinistra, il nuovo presidente della Repubblica
affidò ad Andreotti l'incarico di dar vita a un governo minoritario,
che non ottenne la fiducia del senato. Il 28 febbraio, perciò, veniva
deciso per la prima volta nella vita della Repubblica di sciogliere anticipatamente
la camere. A formare il governo venne chiamato nuovamente Andreotti, che
sperimentò una formula politica centrista, sostenuta dal tripartito
DC, PLI e PSDI. Non vi parteciparono il PSI, il PRI e le correnti di sinistra
della DC. Il governo Andreotti cadde nel giugno 1973 e si tornò
alla formula di centro-sinistra. Nel corso dell'anno 1974 si era intanto
verificata la ripresa delle iniziative terroristiche delle forze eversive
(eccidio di Brescia, attentato al treno «Italicus» della linea
Roma-Monaco). In ottobre il quinto governo Rumor cadde definitivamente
a causa dei contrasti tra PSI e PSDI. Dopo un vano tentativo di Fanfani,
fu Moro a formare il nuovo governo, varando la formula del bicolore DC-PRI,
appoggiata dall'esterno da PSI e PSDI. Oltre alla situazione dell'economia,
che viveva una fase di recessione, aggravata dalla crisi internazionale,
il governo Moro si trovò ad affrontare il problema dell'ordine pubblico,
in relazione a una violenta ondata di criminalità e a gravi disordini
politici. Le elezioni amministrative del 15 giugno 1975, cui parteciparono
per la prima volta i diciottenni, registrarono un calo della DC e un forte
progresso del PCI. Dopo le elezioni amministrative del giugno 1975 la politica
interna entrò in una fase nuova. In settembre il presidente del
consiglio Moro affrontò il tema del coinvolgimento del PCI nella
maggioranza: fu l'avvio della politica di «solidarietà nazionale».
Autore del compromesso fu Andreotti, che varò un monocolore DC (terzo
governo Andreotti), detto della «non sfiducia» perché
si reggeva unicamente sulle astensioni, mancando di una maggioranza organica.
Nel gennaio del 1978 si aprì la crisi di governo e Andreotti avviò
le trattative per formare il nuovo governo, mentre la DC poneva il veto
su una nuova maggioranza estesa al PCI. L'8 marzo l'intesa venne raggiunta.
Poco dopo Andreotti presentò il suo quarto governo, un monocolore
DC. Non ci fu spazio per polemiche poiché il 16 marzo le Brigate
rosse rapirono Moro. Il 9 maggio il cadavere del presidente della DC venne
fatto trovare dalle Brigate rosse in via Caetani, a mezza strada tra le
sedi di DC e PCI. Il giorno dopo il ministro dell'interno Cossiga rassegnò
le dimissioni. A giugno si ebbero le dimissioni del presidente della Repubblica
Leone, travolto dalle accuse relative a non chiare operazioni finanziarie.
A succedergli venne eletto S. Pertini. L'Italia era sconvolta dagli scandali,
che colpirono anche la direzione della Banca d'Italia (23 marzo 1979),
mentre Pertini, dopo la rinuncia di La Malfa, cercava invano di trovare
una soluzione alla crisi di governo, affidando nuovamente ad Andreotti
il compito. Le elezioni politiche del 3-4 giugno videro la grave sconfitta
del PCI e l'avanzata del partito socialista e dei partiti laici, mentre
la DC manteneva le sue posizioni. A caratterizzare il risultato elettorale
fu però un nuovo fenomeno: l'astensionismo, soprattutto giovanile,
destinato a crescere progressivamente negli anni Ottanta. In aprile Cossiga
formò il nuovo governo, sostenuto dalla coalizione DC-PSI-PRI. Continuarono
gli attentati terroristici che culminarono in quello che è ritenuto
il più grave: la strage alla stazione ferroviaria di Bologna, nella
quale, il 2 agosto, persero la vita 85 persone e 147 rimasero ferite. Il
1981 si aprì con i problemi economici legati all'inflazione e al
deficit della bilancia dei pagamenti. Un'altra crisi costrinse Pertini
a sciogliere le camere e a indire elezioni anticipate nel giugno 1983.
In luglio Pertini affidò a Craxi il compito di formare il governo.
Nel mese di agosto Craxi presentò alle camere il suo governo, sostenuto
dalla coalizione pentapartitica DC-PSI-PSDI-PRI-PLI, con un programma che
si prefiggeva il risanamento dell'economia. Il 1984 si aprì con
la battaglia tra governo e opposizione sul problema del costo del lavoro.
Scioperi e manifestazioni ebbero luogo in diverse città e a quella
di Roma del 24 marzo parteciparono più di un milione di lavoratori.
In febbraio intanto il governo Craxi firmò con la Santa Sede il
nuovo concordato, considerato inizialmente un successo del governo, ma
portatore in seguito di polemiche relative specialmente all'insegnamento
religioso nelle scuole. Dopo varie crisi e scioglimento di governi le elezioni
del 14-15 giugno 1987 fecero registrare la sconfitta del partito comunista
e l'avanzata delle due maggiori forze di governo (DC e PSI). Nel PCI il
dibattito sulla sconfitta portò all'elezione di A. Occhetto a vicesegretario
unico. Il 16 dicembre si concluse a Palermo il maxiprocesso alla mafia,
con numerose condanne. Il processo fu reso possibile dalle rivelazioni
dei pentiti. Nel 1988 Cossiga affidò al segretario della DC, C.
De Mita, l'incarico di formare il governo. Il governo De Mita venne ben
presto indebolito dai contrasti tra i partiti della coalizione, specialmente
tra i il PSI e la DC, e dalle lotte tra le diverse correnti democristiane.
Il congresso, tenuto a Roma nel febbraio 1989, portò alla segreteria
del partito Forlani, mentre a De Mita venne assegnata la carica (simbolica)
di presidente del partito, da lui abbandonata nel febbraio 1990 per divergenze
con la segreteria. La sconfitta di De Mita finì per ripercuotersi
sul governo, che in maggio, subito dopo i congressi del PRI e del PSI,
fu costretto alle dimissioni. Cossiga incaricò il presidente del
senato di compiere un giro esplorativo, al termine del quale non si pervenne
ad alcuna conclusione. Negli anni Novanta è particolarmente cresciuta
la critica e con essa la sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti.
Nelle elezioni regionali del 1990 si affermarono infatti nuove forze politiche
come i movimenti Verdi e le Leghe regionaliste soprattutto la Lega Lombarda.
Gli stessi partiti tradizionali entravano in crisi. Il partito comunista
si scindeva nel 1991 in due fazioni: il PDS guidato dal segretario Occhetto
e la minoranza di Rifondazione comunista di Ingrao. Il presidente della
Repubblica Cossiga intervenne più volte su vari aspetti della vita
politica e istituzionale creando fermenti sia nei partiti che nell'opinione
pubblica. L'inizio del 1992 si presentò particolarmente difficile.
Le elezioni svoltesi in aprile confermarono la crisi dei partiti tradizionali:
minimo storico per la DC, calo dei socialisti e dei comunisti del PDS,
crescita di leghe e Verdi. In maggio fu eletto presidente della Repubblica
Oscar Luigi Scalfaro. La crisi politica e istituzionale fu resa ancora
più grave da alcuni fatti. Il 23 maggio il direttore della sezione
Affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia Giovanni Falcone venne
ucciso con la moglie e tre agenti di scorta in un attentato organizzato
dalla mafia. Il 19 luglio l'esplosione di un'autobomba a Palermo uccise
il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta. Inoltre una clamorosa
indagine giudiziaria denominata «Mani pulite» ha portato da
allora all'incriminazione è all'arresto di molti politici (soprattutto
democristiani e socialisti) con l'accusa di aver ricevuto tangenti anche
molto elevate da imprese favorite nell'assegnazione dei lavori pubblici.
Il sistema dei partiti tradizionali è entrato in crisi definitivamente
con le accuse di Tangentopoli. Prova ne sono state le elezioni del marzo
1994, svoltesi con il nuovo sistema elettorale maggioritario entrato in
vigore nel 1993. I vecchi partiti, pur presentatisi con nuovi simboli e
programmi, sono stati nettamente sconfitti da nuove formazioni tra cui
Forza Italia e Alleanza Nazionale. Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi
è stato eletto presidente del consiglio. Le sue manovre finanziarie
hanno creato scontento nei cittadini che si sono serviti dello sciopero
per protestare. Alla fine del 1994 il presidente del Consiglio, contrastato
dall'interno del polo governativo, ha dato le dimissioni. Nel gennaio 1995
il presidente della Repubblica ha affidato l'incarico a L. Dini che ha
costituito un governo di tecnici. Nell'aprile del 1996 si sono svolte le
elezioni politiche anticipate, che hanno visto premiata la coalizione di
centro-sinistra denominata "Ulivo". Il leader dell'Ulivo, Romano Prodi,
è stato eletto presidente del consiglio; il governo da lui guidato
ha intrapreso lo studio di varie riforme intese a portare l'Italia in una
condizione politico-economica tale da consentirle di allinearsi ai parametri
rispettati dagli altri stati dell'Unione Europea. Nei mesi di settembre
e ottobre 1996 il governo si è trovato a far fronte ad alcune difficoltà:
l'annuncio del progetto di secessione del Nord dal resto d'Italia da parte
della Lega nord (il 15 settembre 1996) e la presentazione in Parlamento
della legge finanziaria, che ha incontrato la decisa opposizione di gran
parte dei partiti. A novembre però la legge finanziaria ha superato
l'esame della Camera e questo fatto ha rafforzato l'immagine politica di
Romano Prodi e del governo. Nell'ottobre 1996 Romano Prodi ha incontrato
sia il leader tedesco Helmut Kohl sia il presidente francese Jacques Chirac
e ha preso accordi per far rientrare la valuta italiana nel Sistema monetario
europeo (SME). Il 26 novembre 1996 la lira è rientrata nello SME.
Letteratura
Le origini e il
Duecento
Tardiva è l'origine della
letteratura italiana rispetto alle maggiori di lingua romanza, provenzale,
francese, castigliana. I primi monumenti letterari italiani appartengono
al XIII sec. Più a lungo che in altri paesi si mantenne in I. l'uso
del latino. Al fiorire di una nuova letteratura fu di ostacolo il carattere
della società italiana del basso medioevo, scarsamente sensibile
ai valori della civiltà feudale e cavalleresca, che era stata la
grande ispiratrice delle nuove forme di poesia presso gli altri popoli
dell'Occidente europeo. È assodato che nella prima metà del
Duecento, sotto l'impulso di eventi storici tipicamente italiani, sorse
con caratteri suoi la poesia volgare.
Da un fenomeno profondamente
legato ad aspirazioni cristiane quale la predicazione di san Francesco
d'Assisi nacque non solo il mirabile Cantico di frate Sole, ma ebbe incentivo
la poesia dei laudesi umbri, alla quale si collega ancora, sulla fine del
secolo, l'opera personalissima di Jacopone da Todi. Ma nella storia della
poesia italiana, il fatto di maggiore rilievo, press'a poco coevo alla
predicazione di san Francesco, fu la scuola poetica siciliana, fiorita
alla corte di Federico II di Svevia. I poeti della cosiddetta prima scuola
celebrarono l'amore cortese in forme eleganti e convenzionali; tuttavia
alcuni di essi, e in particolare Rinaldo d'Aquino e Odo delle Colonne,
non rifuggirono dall'introdurre nei loro versi precise note di cronaca,
e altri, quali Giacomino Pugliese e Cielo d'Alcamo, vissuti probabilmente
lontano dalla corte del re svevo, indulsero addirittura a note di sensualità
e di realismo giullaresco. Ma fu col passare nella Toscana comunale che
la moda poetica inaugurata dai Siciliani arrivò a maggiore complessità
di temi e a una nuova profondità, prima con Guittone d'Arezzo e
i suoi seguaci, cantori della vita morale e religiosa oltre che dell'amore,
poi con i poeti dello Stil novo (G. Guinizelli e G. Cavalcanti fra i maggiori),
che all'idea dell'amore cortese impressero il segno di una forte interiorità.
Altro vitale filone fu quello della poesia realistica toscana, che in parte
prese argomento dalle violente passioni politiche con Schiatta Pallavillani,
Monte Andrea, Orlanduccio Orafo, Chiaro Davanzati; in parte, e soprattutto,
tale filone continuò i modi della poesia medievale dei goliardi,
celebrando la taverna, il dado, l'amore sensuale, ed ebbe i suoi maggiori
esponenti nel senese Cecco Angiolieri, nel fiorentino Rustico di Filippo
e, con sue particolari note di eleganza, in Folgore da San Gimignano. Al
quadro sintetico della poesia duecentesca non può infine mancare
la menzione delle laude drammatiche, forme semplicissime di teatro religioso,
proprie specialmente dell'Umbria e dell'Abruzzo, ma non sconosciute alle
altre regioni. Meno ricco e vario è il bilancio della prosa duecentesca.
Il Trecento
Nel Trecento uno dei fatti
di maggiore rilievo fu il carattere eminentemente, se non esclusivamente,
toscano che assunse la letteratura italiana. Temi e lingua degli stilnovisti
s'imposero nella lirica d'amore. A Dante, Petrarca, Boccaccio, soprattutto
spetta il merito di avere fatto della lingua fiorentina la lingua letteraria
d'Italia. La loro posizione di privilegio si fonda innanzi tutto sull'avere
essi, grandi poeti, riassunto e spiegato il profondo travaglio di una civiltà
che usciva dal medioevo e preparava un'era nuova, quella del Rinascimento.
L'Umanesimo e il
Quattrocento
Il Petrarca fu l'iniziatore
dell'Umanesimo, e perciò contemporanei e posteri immediati, dallo
stesso Boccaccio a Coluccio Salutati, ammirarono in lui innanzi tutto il
dotto latinista. Nondimeno anche la sua poesia volgare ebbe immediata efficacia,
non quella soltanto dei Trionfi, ma anche quella del Canzoniere, che ben
presto fu riconosciuto modello di eleganza, degno di reggere il confronto
con i più insigni testi della poesia antica. La vera efficacia della
lezione del Petrarca si trova in quel movimento di pensiero e in quegli
studi filologici che, affinando progressivamente gli strumenti della ricerca
e acquistando una nozione sempre più chiara della civiltà
antica e della sua attualità, ebbero i loro maggiori maestri in
Niccolò Niccoli, Poggio Bracciolini, Leonardo Bruni, Lorenzo Valla,
Francesco Filelfo, Angelo Poliziano. Anche il Boccaccio esercitò
la sua influenza prima che come stilista come maestro di un sentimento
di un tutto mondano e terreno della vita. Di fatto con l'Umanesimo si creava
una cultura supernazionale, e questo spiega come il fenomeno di origine
italiana si allargasse a tutta l'Europa. L'Umanesimo quattrocentesco non
solo preparò il maturo classicismo del Cinquecento, ma favorì
nei maggiori esponenti della letteratura volgare quella nuova sintesi di
antico e di moderno, di popolare e di letterario che in varie forme si
riconosce negli scritti di Leon Battista Alberti, di Angelo Poliziano,
di Lorenzo de' Medici, di Iacopo Sannazzaro, e che si trova con impronte
originali nel Morgante di Luigi Pulci e nell'Orlando innamorato del Boiardo,
i due poemi che dalle storie cavalleresche, divenute svago del popolo e
della borghesia, tolsero la materia per dare forma fantastica a una disincantata
visione del destino dell'uomo.
Il Cinquecento
Il fatto fondamentale della
letteratura cinquecentesca fu il trionfo del volgare e la sua codificazione
quale lingua letteraria. È significativo che Pietro Bembo, il più
autorevole codificatore del volgare, fosse altresì colui che inaugurò
due delle più importanti correnti della letteratura cinquecentesca:
quella della trattatistica d'amore e quella della lirica petrarchesca.
In direzione mondana si svolse la novellistica, che ebbe come modello il
Decameron. Altri generi poi vollero rifarsi proprio ai modelli delle letterature
antiche: così la commedia con l'Ariosto fu plautina e terenziana,
nondimeno seppe immettere nelle trame, simili a quelle dei latini, vivaci
spunti di costume contemporaneo e di psicologia moderna con il Lasca, Giovanni
Maria Cecchi, Alessandro Piccolomini, Pietro Aretino, Annibal Caro, e arrivò
a creare autentici capolavori quali La Mandragola del Machiavelli, La Venexiana
e Gl'ingannati di autori ignoti, tutto il teatro del Ruzzante. Meno felice
risultò l'esperienza del teatro tragico, che, si orientò
con l'Orbecche del Giraldi Cintio (1541) verso il teatro di stampo senechiano.
Non senza subire l'influenza dei modelli antichi fiorì anche la
poesia didascalica in latino (Vida, Fracastoro) e in volgare (Rucellai,
Alamanni, Erasmo da Valvason, Bernardino Baldi), come a Platone e a Cicerone
si ispirò l'abbondante produzione di trattati, per lo più
scritti in forma di dialogo, tra i quali eccellono, oltre a quelli d'amore
sopra menzionati, Il cortegiano del Castiglione e il Galateo del della
Casa. Ma la prima metà del XVI sec., è caratterizzata dalla
nascita di sommi capolavori della poesia e del pensiero: l'Orlando furioso
dell'Ariosto, il Baldus del Folengo, gli scritti teorici e storici del
Machiavelli e del Guicciardini. Tuttavia nella grande letteratura della
prima metà del Cinquecento, per il grado di maturità al quale
essa seppe portare l'ideale umanistico, era implicita l'insidia di pericolosi
irrigidimenti. La critica d'arte, già avviata nel Quattrocento dalle
speculazioni di Leon Battista Alberti e dalle suggestive osservazioni sulla
pittura di Leonardo da Vinci, nel pieno Cinquecento portò a quel
capolavoro che sono le Vite di Giorgio Vasari, apparse nel 1550 e in seconda
edizione rielaborata e accresciuta nel 1568. La crisi politica e morale
che colpì l'Europa nella II metà del secolo ebbe il suo grande
poeta in Torquato Tasso, pervaso da un sentimento doloroso della vita per
il quale egli fu non solo uno dei più grandi poeti di ogni età,
ma uno dei più autentici precursori della sensibilità romantica.
Nell'opera ricca e non priva di contraddizioni dell'autore della Liberata
si compendiano i valori più alti della poesia e della letteratura
del tardo Cinquecento, e il nuovo stile del Tasso - uno stile ricco di
fascino musicale e di chiaroscuri, sensuale e patetico, nobilmente atteggiato
e ricco di forza tragica - influenzò profondamente la poesia posteriore,
esasperandosi in seguito nella ricerca di effetti vistosi.
Il Seicento
Al barocco trionfante nelle
arti figurative, tra la fine del Cinquecento e il principio del Seicento,
corrispose un barocco letterario, che si protrasse per quasi tutto il XVII
sec. Maestro acclamato di quello stile fu Giambattista Marino, nell'Adone
e nelle varie raccolte di liriche (La lira, La galeria, La sampogna), e
da lui venne al gusto affermatosi allora nella poesia il nome di marinismo.
La vera grandezza della letteratura del Seicento si riconosce nella prosa
politica, scientifica, filosofica. Traiano Boccalini, Tommaso Campanella,
il Tassoni dei Pensieri, Paolo Sarpi e soprattutto Galileo Galilei con
la loro prosa materiata di pensiero, appassionata e lucidissima, furono
i conservatori della tradizione rinascimentale e, al tempo stesso, gli
scrittori che resero possibile una continuità della nostra cultura
in un'età fin troppo viziata da segni di decadenza. Specialmente
in Toscana alla nobile tradizione della prosa scientifica si accompagnò
la difesa del patrimonio letterario antico per merito di scrittori che
operarono nell'ambito dell'Accademia della Crusca: Benedetto Buonmattei,
Benedetto Menzini, Vincenzo da Filicaia collaborarono in diversa guisa
ad arginare il gusto barocco e prepararono, insieme con autori di altre
regioni d'Italia, quali Alessandro Guidi, Francesco de Lemene, Carlo Maria
Maggi, quella restaurazione classicistica che ebbe la sua sanzione ufficiale
con la fondazione dell'Arcadia romana (1690).
Il Settecento
Il classicismo dell'Arcadia
si ispirò a una concezione razionalistica della poesia. Testi fondamentali
del classicismo arcadico restano Della perfetta poesia di L.A. Muratori
(1706) e la Ragion poetica di G. V. Gravina (1708). Sui molti scrittori
per vari aspetti rappresentativi si elevarono tuttavia, come meglio capaci
di esprimere ciò che di più originale portava quel classicismo
manierato e scolastico, Paolo Rolli e Pietro Metastasio. Fu soprattutto
nei melodrammi del Metastasio, ammirati in tutta Europa, che la poesia
dell'Arcadia diede la prova più convincente con la lucida rappresentazione
delle passioni e la facile vena musicale, nella quale si effonde quel tanto
di patetico che ancora si chiedeva alla poesia. Se si pensa però
all'opera di un filosofo della statura di Giambattista Vico, alle infaticabili
ricerche erudite del Muratori e del Maffei, alle coraggiose posizioni della
storiografia politica di Pietro Giannone, ben si vede che la letteratura
del primo Settecento non si chiude negli stretti confini dell'Arcadia.
Carlo Goldoni fu lo scrittore di genio che seppe immettere nel teatro un
potente senso di verità. La sua poesia era nata dall'esperienza
molto profonda del teatro, ma era anche attentissima ai molteplici aspetti
della società settecentesca, e in particolare di quella veneziana
che nel Goldoni trovò l'interprete inuguagliato. Affine al Goldoni
per certi aspetti della satira di costume da lui svolta nel Giorno, il
Parini, meno grande poeta del veneziano ma letterato e artista più
complesso, perseguì per tutta la vita un'idea di classicismo che
lasciò una traccia profonda nella nostra poesia. Il suo ideale oraziano
fu al tempo stesso morale ed estetico. Il rinnovamento del XVIII sec. consistette
in buona parte nello sforzo di inserire la cultura italiana nel grande
circolo della cultura europea. Questo sforzo toccò le sue vette
con Pietro Verri e gli scrittori del Caffè, coraggiosamente affiatati
con l'Illuminismo. A Melchiorre Cesarotti spetta il merito di avere dato
nel Saggio sulla filosofia delle lingue la più geniale soluzione
al giusto rapporto di conservazione e innovazione nella lingua e, insieme,
quello di avere proposto con la traduzione in versi dei poemi di Ossian
il più alto modello di poesia preromantica. Ma l'incontro di correnti
di cultura e di gusto differenti e apparentemente lontane non fu destinato
a produrre opere di superficiale e accomodante sincretismo come è
testimoniato dall'eccezionale personalità di Vittorio Alfieri. In
lui l'impulso libertario di origine illuministica si fuse con una tensione
ormai schiettamente romantica all'esaltazione della individualità.
L'Ottocento
Il gusto dominante rimase
neoclassico. Il neoclassicismo fu quello di Vincenzo Monti e, in ambito
più ristretto, di Pietro Giordani, scrittori convinti che l'essenza
dell'arte consistesse nel dare un sapore antico alle cose nuove, e perciò
inevitabilmente condannati a peccare per eccesso di eloquenza e per sostanziale
freddezza. Perciò tanto grandeggia sul principio del XIX sec. l'opera
di Ugo Foscolo. In lui, le esperienze profondamente sofferte dell'età
rivoluzionaria e napoleonica trovarono non il cronista eloquente, quale
fu Vincenzo Monti, ma il poeta altamente commosso. Il tumulto di natura
romantica espresso nelle giovanili Ultime lettere di Jacopo Ortis, nate
dal doppio dramma dell'amore infelice e della patria tradita, non venne
mai rinnegato dal Foscolo, e se la sua poesia, attraverso le odi, i sonetti
e i Sepolcri, volle giungere alla purezza assoluta delle Grazie, non fu
per un intiepidirsi della sua ispirazione ma per il proposito tenacemente
perseguito di sublimare le passioni nella pura atmosfera della contemplazione
artistica. Foscolo poté essere maestro ai letterati della nuova
generazione dei romantici: Silvio Pellico, Giovanni Berchet, Ludovico di
Breme, Pietro Borsieri. L'esigenza profonda dei nostri romantici fu quella
di dare un'impronta popolare alla letteratura. In questo programma ebbero
come compagno Alessandro Manzoni. Nel Manzoni, la conversione al Romanticismo
coincise con la conversione religiosa, e pertanto la poesia della sua maturità,
dagli Inni sacri ai Promessi sposi, ebbe più profonda motivazione
morale. Il suo itinerario di creatore dopo le geniali prove delle liriche,
specie gli Inni sacri, e delle tragedie si concluse nella prosa del romanzo,
in quel realismo psicologico nutrito di profonda meditazione morale e religiosa,
che fa dei Promessi sposi l'opera in cui s'invera l'aspirazione di tanta
letteratura settecentesca dall'Arcadia al Goldoni, dal Parini agli illuministi,
e al tempo stesso si pone un ideale di prosa viva e moderna. Diversa da
quella del Manzoni ma non meno rappresentativa del rinnovamento romantico
fu la contemporanea opera del Leopardi. Egli approdò a una visione
tragica della vita: all'idea che il dolore è la legge del creato,
e che all'uomo che voglia affermare la propria dignità altro non
resta che soffrire in solitaria ed eroica fermezza. Nacquero da questa
sua concezione opere come i Canti, le Operette Morali e lo Zibaldone. Più
ardito che non nello stesso Manzoni fu il realismo dei grandi poeti dialettali
Carlo Porta e Giuseppe Gioacchino Belli. I narratori più rappresentativi
della generazione postmanzoniana furono Giovanni Ruffini e Ippolito Nievo.
Ma con costoro, e più ancora con Giovanni Prati e Aleardo Aleardi
il Romanticismo italiano toccò le sue punte estreme e si esaurì.
Nella seconda metà dell'Ottocento non senza l'influsso della filosofia
positivistica, la letteratura accentuò le tendenze realistiche che
erano già state tanto forti nel Romanticismo lombardo. Il bisogno
del concreto e del reale fu affermato con sempre più chiara coscienza
da Francesco De Sanctis. Ma la corrente nella quale la letteratura del
secondo Ottocento diede a pieno la misura dei suoi nuovi ideali fu il verismo.
Il verismo si volse soprattutto a interpretare l'ambiente delle nostre
province, e la Sicilia ebbe i suoi autori in Verga, Capuana, De Roberto;
Napoli ebbe la Serao e Di Giacomo; la Toscana Mario Pratesi e Fucini; la
Lombardia De Marchi e Rovetta. Il Carducci tenne una posizione ben sua,
che non può essere ricondotta senza forzature nella corrente del
verismo, né può essere vista quale anticipazione del decadentismo.
Per il Carducci vale la definizione data dal Croce: «ultimo poeta
classico d'Italia», e per la funzione pure cospicua che esercitò
come critico ed erudito egli non può essere staccato da quella cultura
di stampo positivistico e ancor ricca di ideali romantici.
Il Novecento
L'opera del Fogazzaro, del
Pascoli e del D'Annunzio segnò l'avvio a esperienze che, legate
alle correnti del pensiero e del gusto europei di fine Ottocento, ruppero
i rapporti con la tradizione propriamente italiana. Ma di un rinnovamento
più profondo e duraturo fu capace all'inizio del XX sec. Benedetto
Croce. Sperimentazioni e improvvisazioni furono opera di scrittori quali
G. Papini, G. Prezzolini, G.A. Borgese. Futuristi (con F.T. Marinetti)
e crepuscolari più di tutti esercitarono siffatta funzione di innovazione.
Le personalità più vere fra gli scrittori del primo Novecento
risultano a noi G. Gozzano, Dino Campana, Alfredo Panzini, Renato Serra.
Allo sperimentalismo del principio del Novecento si opposero negli anni
immediatamente successivi al primo conflitto mondiale gli scrittori del
gruppo della Ronda: V. Cardarelli, E. Cecchi, R. Bacchelli, A. Baldini,
B. Barili, L. Montano, N. Savarese. Maestri di una letteratura capace di
affrontare i difficili problemi della coscienza moderna e di una poesia
fatta di intenso ed essenziale lirismo furono Luigi Pirandello, la cui
efficacia si esercitò allora soprattutto attraverso il teatro, Italo
Svevo, e tra i poeti Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba, Arturo Onofri e
Vincenzo Cardarelli. Una nuova stagione per la narrativa cominciò
con A. Moravia, C.E. Gadda, E. Vittorini, C. Pavese, V. Brancati, R. Bilenchi,
F. Jovine P.A. Quarantotti Gambini, G. Piovene, M. Soldati, G. Dessi, V.
Pratolini, I. Silone, T. Landolfi, D. Buzzati; fra le scrittrici, si ricordano
A. Banti, A. De Céspedes, G. Manzini. Ma anche più profondo
che nella narrativa fu il rinnovamento attuatosi nella lirica con Ungaretti,
Saba, Montale. C. Betocchi, S. Quasimodo, S. Solmi, L. Sinisgalli, A. Gatto,
M. Luzi, V. Sereni, S. Penna hanno dato vita a una delle più interessanti
stagioni della letteratura novecentesca: l'ermetismo. Il dopoguerra ha
segnato il passaggio dalla prosa lirica al romanzo. Le opere di C. Levi,
Bernari, Calvino, Tomasi di Lampedusa sono permeate di nuovi contenuti
politici, sociali e morali. La solitudine dell'uomo viene trattata da G.
Bassani e G: Cassola. Negli anni recenti il romanzo si rivolta verso trame
più aderenti alla realtà con P. Levi e L. Sciascia e inoltre
con N. Ginzburg, Banti, Romano, E. Morante, Buzzati, G. Testori, Mastronardi,
Bianciardi, Volponi, G. Morselli, Ledda, Camon, Tomizza, Malerba, Arpino,
Eco, Pasolini, Fenoglio, Pratolini. In poesia i versi più limpidi
si trovano in: Caproni, Penna, Raboni, Fortini, Roversi, Zanzotto, D. Bellezza,
M. Cucchi. Tra i critici letterari più raffinati si annoverano:
Contini, Caretti, Getto, Binni, Asor Rosa, Barberi-Squarotti, Pampaloni,
Fortini, Magris.
Arte
L'arte in Italia, durante il
I millennio a.C., risente molto delle superiori civiltà del Mediterraneo
soprattutto quella greca e quella fenicia.
Arte protocristiana,
preromanica, romanica
Il primo esprimersi di un'arte
italiana fu nella scultura e nella pittura delle catacombe. Dopo il 313,
la funzione di complesso architettonico cristiano per eccellenza, destinato
alla riunione dei fedeli e alla glorificazione di Dio, fu assunto dalla
basilica, le cui forme strutturali derivarono dal mondo ellenistico-romano,
come nelle basiliche romane di Santa Maria Maggiore e Santa Sabina. Le
primissime manifestazioni del romanico in I. riguardano il paramento esterno
della costruzione, articolato e sensibilizzato da lesene, arcature cieche
e archetti, in modi decorativi che, elaborati da maestranze comasche, si
diffusero ovunque in Europa. La grande novità costruttiva del romanico
italiano è però l'impiego sistematico del costolone. Esempio
principe del compatto organismo romanico è il rifacimento, intorno
al 1080, della basilica di Sant'Ambrogio a Milano. A Venezia la chiesa
di San Marco, consacrata nel 1024, a croce greca, ispirata alla costantinopolitana
chiesa dei Santi Apostoli, innalzò sontuosamente gli spazi cavi
delle sue cupole rivestite di ori e di mosaici. Personalità dominanti
della scultura dell'epoca furono Wiligelmo, diffusore di modi plastici
sensibili agli influssi dell'arte borgognona, e Benedetto Antelami, autore
della Deposizione (1178) nel duomo di Parma.
Il Duecento e il Trecento
Questo lungo periodo è
caratterizzato dall'assorbimento e dall'elaborazione dei modi stilistici
del gotico, penetrati in I. al principio del XIII sec. con i monaci cisterciensi.
Il monumento più famoso dell'ordine è San Francesco ad Assisi
(iniziato da frate Elia) che nella chiesa superiore accoglie le storie
del santo affrescate da Giotto. A Firenze le grandi chiese degli ordini
mendicanti, Santa Maria Novella, domenicana, e Santa Croce, francescana,
inscrivono il luminoso spazio interno, uniformemente dilatato, nelle strutture
lineari degli altissimi pilastri e delle ampie arcate; ma ancora più
solenne è la cattedrale di Santa Maria del Fiore, nella quale, alla
fine del XIII sec., lavorò Arnolfo di Cambio. Una preziosità
senza pari, in forme slanciate e pittoresche, si riflette nelle originali
architetture tardogotiche veneziane: la Ca' d'oro e il Palazzo Ducale,
con il loro gioco dei colori sull'ombra nera di archi, portici e gallerie.
Lo scultore Nicola Pisano creò tra il 1255 e il 1260 il pulpito
del battistero pisano. Dalla bottega di Nicola e con la sua collaborazione
uscirono il pulpito del duomo di Siena, l'arca di San Domenico (1264-1267)
nella chiesa dedicata al santo a Bologna e la Fonte maggiore di Perugia.
Il più grande degli scolari di Nicola fu il figlio Giovanni, temperamento
artistico diversissimo, aperto al flusso vitale della civiltà gotica
e sempre originalissimo nell'espressività delle figure in sé
concluse della facciata del duomo senese e nei vivi, violenti, drammatici
rilievi dei pulpiti di Sant'Andrea a Pistoia e del duomo di Pisa. Negli
ultimi decenni del XIII sec., sorgendo dal neoellenismo bizantino, si andò
affermando una civiltà pittorica italiana con il fiorentino Cimabue
e con il romano Cavallini. Una diversa generazione di pittori iniziò
con Giotto. La sua limpida rappresentazione della realtà segna alfine
il pieno distacco dalla civiltà medievale e l'abbandono delle formule
bizantine. Il senese Simone Martini ebbe dell'arte gotica il senso elegante
dei miniatori francesi. Simone accolse le grandi novità del linguaggio
giottesco, capaci di esercitare viva suggestione su un altro grande pittore
senese, Pietro Lorenzetti, che lavorò anche in collaborazione con
il fratello Ambrogio, autore delle famose allegorie del Buono e del Cattivo
Governo nel Palazzo Pubblico di Siena, dove fece le sue prime prove la
pittura italiana di paesaggio.
Il Quattrocento
Il fermento della civiltà
artistica quattrocentesca, strettamente legata alla cultura umanistica,
comincia a Firenze, centro di irradiazione del Rinascimento. Le vie maestre
dell'architettura furono indicate dal Brunelleschi e dall'Alberti. Capolavoro
del Brunelleschi la cupola di Santa Maria del Fiore, innalzata a partire
dal 1420 senza supporti esterni, energica e armoniosa. I primi studi di
Leonardo sul tema della pianta centrale nacquero nello stesso giro di anni,
segno di un comune convergere della visione architettonica. Diresse la
decorazione della fastosa reggia urbinate dei Montefeltro, dal 1477, Francesco
di Giorgio Martini, senese, pittore, scultore, architetto e costruttore
di fortezze. Bramante impose il vero gusto classico in Lombardia con i
volumi armoniosi della chiesa di Santa Maria presso San Satiro e del coro
e cupola di Santa Maria delle Grazie a Milano. La prima scultura veramente
rinascimentale è il San Giorgio di Donatello, per Orsammichele (Firenze,
Museo del Bargello). L'influenza esercitata dalla visione di Donatello
e dal carattere interiore della sua arte fu grandissima, e non soltanto
per la scultura. L'arte di Andrea Verrocchio, grandissimo bronzista e continuatore
dei princìpi di Donatello, è la sintesi più completa
del clima artistico fiorentino nell'ultimo quarto del secolo. La pittura
rinascimentale nacque a Firenze nella cappella Brancacci al Carmine: pochi
metri quadrati di affresco nei quali, con la sapiente prospettiva e il
gioco della luce, Masaccio rinnovò l'arte grandissima di Giotto.
Il breve ciclo, dominato dal Tributo della moneta, aprì la via a
tutti gli orizzonti della pittura secondo due indirizzi. Il primo, attraverso
il Beato Angelico e Paolo Uccello, interpretò Masaccio nei modi
che, attraverso Domenico Geneziano, sfociarono in Piero della Francesca,
nella sintesi spazio-colore del suo ciclo di affreschi con la Leggenda
della Santa Croce (terminati nel 1460 nella cappella maggiore di San Francesco
ad Arezzo). Con Filippo Lippi e, in parte, Andrea del Castagno l'altro
indirizzo innestò nella forma masaccesca il linearismo donatelliano
e trovò il filo che guida alle elegie pagane del Botticelli (Primavera,
Nascita di Venere, Pallade doma il centauro) e alle ricerche espressive
del Pollaiolo e del Verrocchio. Tra i più giovani artisti che frequentarono
la bottega di Andrea del Verrocchio, fu anche Leonardo. Uno splendore senza
precedenti la pittura conobbe anche a Mantova con Andrea Mantegna, creatore
di forme solide e compatte in uno stile severo, plastico, con scorci sapienti
e lussuosi apparati archeologici, come nella grandiosa abside di fronde
e di gemme della Madonna della Vittoria (Louvre). La corte estense ospitando
a Ferrara, fra il 1430 e il 1450, artisti quali Pisanello, Iacopo Bellini
e Piero della Francesca, preparò le condizioni allo sviluppo di
una originale scuola pittorica, aperta anche alle forti suggestioni della
cultura mantegnesca e padovana. Giovanni Bellini si rivolse verso l'arte
semplice, serena, della calda atmosfera coloristica e tonale che gli è
propria.
Il Cinquecento
Roma visse nel XVI sec. un periodo
di grande splendore artistico. L'architettura inizia con il tempietto di
San Pietro in Montorio di Bramante. Egli affermò la nuova classicità
nei progetti del cortile del Belvedere e soprattutto della nuova basilica
di San Pietro in Vaticano. Nel 1546, ebbe inizio l'attività architettonica
di Michelangelo, in una temperie dominata dai problemi espressivi della
Controriforma, in quel rinnovarsi della coscienza artistica che viene chiamato
manierismo. Nelle altre regioni italiane la divulgazione dello stile romano
e del manierismo giunse a originali interpretazioni a Firenze con il Vasari
(palazzo degli Uffizi) e con l'Ammannati (cortile di palazzo Pitti aperto
sul giardino di Boboli), a Genova con Galeazzo Alessi (villa Cambiaso),
autore anche del palazzo Marino a Milano. A Venezia l'architettura cinquecentesca
si impose con Jacopo Tatti detto il Sansovino. Creatore di un particolare
umanesimo fu invece, nel Veneto, Andrea Palladio, che trasfigurò
in una personale visione di colore l'arte classica, il senso di proporzione
del Brunelleschi, quello delle masse di Leon Battista Alberti e il valore
spaziale di Bramante, dando un'impronta eterna a Vicenza con il palazzo
Chiericati, la basilica, il Teatro Olimpico, la loggia del Capitanio, la
Rotonda. La scultura del XVI sec. è dominata da Michelangelo. È
tuttavia impossibile separare in Michelangelo le due attività di
scultore e pittore. I progetti per il mausoleo di Giulio II e la volta
della Cappella Sistina, terminata nel 1512, davano già chiara l'idea
di come Michelangelo sapesse esprimere la sua potente drammaticità
attraverso le figure. Nella scultura del XVI sec. occupano un posto considerevole
anche Benvenuto Cellini, inarrivabile orafo oltre che scultore, e il Giambologna,
la cui arte toccò con raffinata eleganza tutti i temi cari al classicismo
intellettualistico dei manieristi fiorentini. Erede delle aspirazioni artistiche
del Quattrocento, Leonardo le trascese in unità e iniziò
la nuova visione pittorica del Cinquecento. Architetto, scultore, pensatore
e scienziato, egli dà con la sua pittura anche l'idea della vastità
dei suoi interessi dottrinali, dall'Adorazione dei Magi, al Cenacolo, alla
Gioconda, alla Sant'Anna.
L'idealismo universalistico
del secolo caratterizza la pittura di Raffaello. L'essenza classica della
sua arte si manifesta nella decorazione della Farnesina, con la Galatea,
nei ritratti di Leone X e Baldassare Castiglione, nei quadri sacri. L'influenza
alterna di Raffaello e di Michelangelo si espresse variamente nel manierismo
dei seguaci, il più geniale dei quali, Giulio Romano, tentò
una sintesi delle due visioni e creò il suo capolavoro a Mantova
nel palazzo del Te. Voluttuoso nella decorazione della volta del convento
di San Paolo a Parma, il Correggio creò visioni di luce dorata dissolte
in movimenti luminosi nelle cupole di San Giovanni Evangelista e della
cattedrale, rispettivamente con l'Assunzione e l'Ascensione, e un capolavoro
di modernità compositiva nella Natività, nota come la Notte
di Dresda. A Venezia, Giorgione suggellò nel primo decennio del
secolo in unità di visione atmosferica i valori del colore e della
luce veneziana, attuando la riforma della pittura tonale e creando l'espressione
di un'umanità e di una poesia nuove in una natura nuova. L'eredità
di Giorgione fu raccolta da Tiziano, trionfatore del Cinquecento veneziano
nell'Assunta, nella Pala di Ca' Pesaro, nei Baccanali. La cultura manieristica
si inserisce nell'opera del Tintoretto, creatore del ciclo della scuola
di San Rocco, del Bassano dalla pennellata modernissima, del Veronese,
che è la «palladiana» conclusione del linguaggio pittorico
veneto del Cinquecento negli affreschi di Maser, nei quadri mitologici,
nei ritratti.
Il Seicento e il
Settecento
La visione plastico-monumentale
del tardo Cinquecento romano fu trasformata dall'esuberante fantasia del
Bernini, uno dei creatori in campo scultoreo e architettonico del barocco.
La straordinaria fantasia dell'artista si espresse nel palazzo Barberini,
in Sant'Andrea al Quirinale, nella Scala regia in Vaticano, dando la piena
misura di sé nella sistemazione di Piazza San Pietro. Nella scultura,
l'ultimo manierismo cinquecentesco si era manifestato con Pietro Bernini
e con Francesco Mochi. Il nuovo senso plastico di Gian Lorenzo Bernini,
aperto allo spazio e all'atmosfera, si espresse nell'Apollo e Dafne e nel
David della Galleria Borghese. Immenso fu il fermento suscitato dall'apparire
del Caravaggio a Roma. L'importanza della sua rivoluzione luminosa trascende
i limiti della sua epoca: due secoli di pittura europea sarebbero addirittura
inconcepibili senza di lui. Il linguaggio formale dell'architettura del
Settecento, definito con il termine di rococò, è caratterizzato
dalla grande importanza degli interni e dalla ricchezza delle decorazioni
pittoriche e scultoree. La disposizione delle pareti, che accetta, pur
semplificandolo, il movimento barocco, suggerisce la vaga impressione classicistica
della reggia di Caserta, capolavoro di Luigi Vanvitelli. Filippo Juvara
(o Júvarra) e l'architetto più insigne del secolo, originario
di Messina ma operoso soprattutto a Torino, dove la facciata di palazzo
Madama, del 1718, è la più originale versione settecentesca
dei principi barocchi. In pittura la visione dei veneziani, Sebastiano
Ricci e Piazzetta, riscopritori, del colore chiaro e vaporoso del Veronese,
è alla base dello stile di Giambattista Tiepolo, genio delle decorazioni
auliche, monumentali e in questo senso ancora tardobarocche del palazzo
Labia e della chiesa degli Scalzi a Venezia, della villa Pisani a Stra,
del duomo di Udine. Il Canaletto e il Guardi portarono al più alto
livello la pittura di veduta e il capriccio.
Dal neoclassicismo
al Liberty
Il profondo mutarsi del costume
e del pensiero coincise, nell'ultimo quarto del XVIII sec., con la nascita
del neoclassicismo, che oppose all'ultimo barocco, per un'esigenza di semplicità
e schiettezza, la ricerca di una classica bellezza ideale. Architetto insigne
fu Giuseppe Piermarini, operoso nella Milano di Maria Teresa che egli rinnovò
con gli armonici volumi dei suoi edifici: palazzo Belgioioso, teatro alla
Scala, Villa Reale di Monza. Genio della scultura neoclassica fu Antonio
Canova, che riflette il nuovo senso della vita e della storia e la nuova
concezione della forma in opere che trascendono i moduli classici (Paolina
Borghese). Il maggiore architetto del periodo romantico fu Alessandro Antonelli,
tecnico audace, autore dell'arditissima Mole di Torino. L'ecclettismo,
che caratterizza la seconda metà del secolo, è palese in
scultura, dal Sarrocchi al retorico Giovanni Dupré, a Carlo Marocchetti.
In pittura la pretesa rivoluzione romantica, che fu detta la «rivoluzione
dei trovarobe», ebbe in Francesco Hayez il suo vessillifero. Degni
di menzione sono il movimento dei macchiaioli, rinnovamento spirituale
e tecnico, antiaccademico, promosso da Serafino De Tivoli e i pittori della
scapigliatura lombarda.
Dal Liberty al
futurismo e al Novecento
Nel XX sec., in ritardo rispetto
al resto d'Europa, si affermarono in Italia le nuove tendenze floreali
o Liberty con Ernesto Basile, Raimondo D'Aronco, Giulio Arata e persino
Antonio Sant'Elia, che doveva precorrere nei disegni futuristi la città
nuova. Fra le due guerre le più nobili opere dell'architettura razionale
furono realizzate da Giuseppe Terragni e da Giuseppe Pagano. Nella scultura
un eccezionale tecnico del marmo, quale Adolfo Widt, da inizi simbolisti
e floreali, giunse a un suo originale espressionismo. Primo grande maestro
della pittura del Novecento fu il livornese Amedeo Modigliani, attivo a
Parigi accanto agli artisti francesi d'avanguardia, pressappoco negli anni
in cui i futuristi esaltavano la simultaneità e il ritmo del movimento,
e nascevano i capolavori di Boccioni, allievo di Giacomo Balla, e quelli
di Gino Severini, creatore del Geroglifico dinamico del Bal Tabarin. Geniale
creatore della pittura metafisica fu Giorgio De Chirico. Altrettanto corposa,
violenta, la tavolozza di Renato Guttuso, il maggior pittore figurativo
contemporaneo, autore di prestigiosi ritratti.
L'arte contemporanea
La ripresa dei contatti, lungamente
interrotti, con la cultura europea segnò per l'arte italiana del
dopoguerra un momento di grande sviluppo, caratterizzato da un vivace dibattito
sulle avanguardie: da una parte i sostenitori delle avanguardie postcubiste
e dell'informale, a quell'epoca in fase di espansione in tutto il mondo
occidentale; dall'altra parte i seguaci del neorealismo o realisti che
propugnavano un'arte di scoperto impegno civile anziché lirica,
partendo anch'essi dalla lezione postcubista, ma dal Picasso di Guernica.
Accanto a queste due tendenze, e in polemica con entrambe, vitalissima
è stata l'esperienza concretista, che proseguiva un filone nato
negli anni Trenta e comprendente una vasta gamma di espressioni centrate
sulla ricerca nel campo della comunicazione visiva (B. Munari, G. Veronesi),
con significativi agganci con il design. Attorno al 1960 ebbe grande sviluppo
la Nuova figurazione, anch'essa intesa, almeno inizialmente, in un duplice
senso: da una parte i coscienti eredi del realismo (G. Guerreschi a Milano,
R. Vespignani a Roma), che venavano il loro impegno civile di problematicità
e talvolta di intima riflessione; dall'altra ancora una volta l'«avanguardia»,
questa volta aperta ai suggerimenti del neodadaismo e della pop-art in
una vastissima gamma di varianti. Nel dopoguerra sono da segnalare, sotto
la stessa denominazione di neorealismo nota nel campo cinematografico,
le esperienze compiute da un gruppo di giovani architetti, in particolare
in collegamento con i nuovi piani di edilizia economica e popolare, tendenti
a rivalutare un'architettura più vicino alla tradizione locale (Quartiere
Tiburtino a Roma, 1950, di Mario Ridolfi e borgo della Martella a Matera,
1951, di Ludovico Quaroni). Tra la seconda metà degli anni Settanta
e la prima metà degli anni Ottanta l'interesse si sposta sul problema
del recupero del patrimonio edilizio esistente, sul controllo delle espansioni
indiscriminate delle grandi città, sulla salvaguardia delle funzioni
«povere» all'interno delle aree centrali delle città:
alcuni piani e realizzazioni italiane in questo campo acquistano risonanza
internazionale (piano di edilizia economica e popolare per il centro storico
di Bologna, piano regolatore generale di Milano, avvio di una politica
di restauro urbano e di recupero degli edifici storici). Alla ricerca di
un rapporto con la storia della città e del territorio, la nuova
architettura italiana si inserisce autorevolmente nel dibattito internazionale
con attiva presenza di opere e di teorie: Carlo Aymonino, Guido Canella,
Giorgio Grassi, Vittorio Gregotti, Paolo Portoghesi e Aldo Rossi si affiancano
ai più noti Ludovico Quaroni, Giuseppe Samonà, Mario Ridolfi,
Giancarlo De Carlo e Ludovico Belgioioso, grazie anche all'intensa attività
pubblicistica italiana nel settore (le riviste Casabella e Domus in particolare). |
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