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Amministrativamente il paese suddiviso in 20 regioni (di cui 5 a statuto speciale: Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna) e 103 province, otto delle quali istituite nel 1992.
L'Italia ha una superficie di circa 322.000 km², mentre entro i confini politici la sua superficie è di 301.277 km². Lungo l'arco alpino l'I. confina a occidente con la Francia, a nord con la Svizzera e l'Austria, e a est con la Slovenia. Il confine marittimo è costituito a occidente dal mar Ligure, dal mar Tirreno e dal mar di Sardegna (a ovest dell'isola da cui prende il nome), a sud dal mar di Sicilia, a SE dal mar Ionio e a est dal mar Adriatico, comprendendo in questo confine numerose isole e arcipelaghi. Le coste Le coste italiane sono caratterizzate sia da marine basse e uniformi (specie nel versante adriatico) sia da scogliere alte e frastagliate che formano numerose baie e golfi (di Genova, Gaeta, Napoli, Salerno, Taranto, Trieste, Venezia, Policastro, Sant'Eufemia, Squillace, Manfredonia). Rilievo Il sollevamento delle Alpi e degli Appennini si è verificato in seguito al congiungimento alpino-himalaiano nel periodo Cenozoico. La fisionomia del paese si è meglio definita nel periodo Neozonico in seguito ai fenomeni eruttivi, al modellamento esercitato prima dai ghiacciai e in seguito dalle acque, e ai depositi alluvionali che crearono le pianure. Il territorio dell'I. si presenta in massima parte accidentato, poiché è costituito per l'80% da colline e montagne, e solo per il 20% da pianure. Del sistema alpino appartiene all'I. quasi tutto il versante interno, alto baluardo lungo circa 1.000 km, tagliato peraltro in più punti da valichi facilmente transitabili (Moncenisio, Sempione, Brennero, ecc.). Le vette più elevate si trovano nelle Alpi Occidentali, dove numerose cime superano i 4.000 m; il Monte Bianco, la più alta, raggiunge i 4.810 m. La pianura padano-veneta o Padania è la maggiore delle pianure italiane, con una superficie di 46.000 km² (15% del territorio italiano). L'Appennino è costituito da un fascio di catene che si estendono dal colle di Cadibona fino all'estremità occidentale della Sicilia, per una lunghezza di 1.350 km e una larghezza variabile fra i 40 e i 100 km. Da una parte e dall'altra, ma soprattutto a occidente, l'Appennino è limitato da rilievi collinari che prendono il nome di Antiappennino: questo si presenta in parte vulcanico nella Toscana meridionale (monte Amiata) e soprattutto nel Lazio e nella Campania (vulcani laziali, Campi Flegrei, Vesuvio, ecc.), calcareo nella Puglia (altopiano delle Murge, promontorio del Gargano). Le pianure peninsulari, anche se abbastanza numerose, appaiono di modesta estensione e generalmente costiere. Lungo il versante adriatico, la pianura di maggior ampiezza è il Tavoliere delle Puglie. La Sicilia si può considerare come la prosecuzione del sistema appenninico. Nella parte orientale dell'isola, l'Etna, con suoi 3.323 m, rappresenta il vulcano più alto d'Europa. Quanto alla Sardegna, essa è formata da un vecchio tavolato ercinico dislocato; vi si trova un massiccio granitico molto esteso nella parte orientale e rocce più recenti nella parte occidentale. Clima Le condizioni termiche variano notevolmente da zona a zona, ma soprattutto da nord a sud, non tanto in estate quanto in inverno: a parte le aree montuose, a Milano in media si hanno in luglio 24° e a Palermo 26°; rispettivamente, in gennaio le medie sono di 1° o 2° a Milano, e 12° a Palermo. Quanto ai venti, l'I. rimane nell'area di influenza dei venti occidentali, di ovest e di sud-ovest soprattutto, che sono apportatori di piogge. Tra l'inverno e la primavera spirano anche venti da nord e da nord-est (bora). In estate, lungo le coste e nelle vallate intermontane prevalgono i venti locali di brezza. La distribuzione delle precipitazioni dipende dai venti e dalle condizioni morfologiche e altimetriche, che variano da luogo a luogo. In generale i valori massimi si hanno in corrispondenza della massa alpina e della zona assiale appenninica, con valori progressivamente decrescenti da nord a sud. Idrografia La presenza dell'arco alpino e della pianura padana ha fatto sì che proprio nell'I. settentrionale si siano formati i maggiori fiumi italiani, mentre la posizione dell'Appennino rispetto al Tirreno e all'Adriatico ha determinato, lungo il versante orientale, solo la formazione di fiumi di breve percorso; i maggiori corsi d'acqua peninsulari scorrono verso il Tirreno. Il Po è il maggiore dei fiumi italiani. Il secondo fiume d'I. è l'Adige. I due maggiori fiumi della penisola, per lunghezza e ampiezza di bacino, sono l'Arno e il Tevere. I fiumi tributari dell'Adriatico sono più brevi di quelli tirrennici, hanno profilo più irregolare e sono più poveri di acque. I fiumi calabresi più a sud hanno un corso molto breve e presentano un carattere torrentizio estremo (fiumare), con piene violentissime e lunghi periodi di totale mancanza d'acqua. Hanno carattere di fiumara anche molti corsi d'acqua della Sicilia, dove però non mancano fiumi di una certa lunghezza. Alla fitta rete idrografica fa riscontro, in I., una grande abbondanza di laghi. Tra le Prealpi e la pianura padana, procedendo da ovest a est si incontrano il lago Maggiore, il lago di Como, il lago di Garda. Nella penisola si hanno laghi di origine in parte tettonica come il Trasimeno, il maggiore dei laghi peninsulari italiani. I laghi vulcanici si trovano quasi tutti nel Lazio (lago di Bolsena, di Vico, di Bracciano, di Albano e di Nemi); in Campania i laghi dei Campi Flegrei. Numerosi laghi e stagni costieri, infine, nella penisola e in Sardegna. |
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| Vegetazione
La vegetazione alpina varia a seconda delle zone altitudinali: alla quota più alta ci sono muschi e licheni; scendendo verso il basso si incontrano boschi di conifere e quindi faggeti; nel sottobosco, querce e castagni. La pianura padana è intensamente coltivata, sono rari i boschi di querce e roveri e le macchie di eriche e ginestre. Nella regione appenninica sono presenti, nell'area più bassa, querce e piante di tipo mediterraneo, e, in quella più alta, conifere, boschi e prati. La vegetazione della regione ligure-appenninica e di quella adriatica è costituita dalla macchia mediterranea (pini domestici e marittimi con sottobosco di timo e ginestre; lavanda; rosmarino, ecc.) Fauna In I. la fauna è caratterizzata da una grande varietà di specie. Nelle Alpi vivono stambecchi, camosci, ermellini; più rari sono orsi e cervi. La Sardegna e le isole vicine sono popolate da mufloni, daini, gatti selvatici e cinghiali. I lupi sono presenti sugli Appennini e in Sicilia, mentre gli orsi non sono rari in Abruzzo. In tutto il paese sono diffusi scoiattoli, lepri, volpi, tassi, marmotte, ghiri, topi, pipistrelli, lucertole, vipere, bisce d'acqua, rane, diverse specie di insetti, molluschi e altri invertebrati. L'I. costituisce inoltre una importante via migratoria per alcune specie di uccelli. Il passero tra le specie più diffuse nel paese. Specie proprie delle Alpi sono il gallo cedrone, il francolino di monte, il fagiano di monte, la pernice e il picchio. In Sardegna si trovano gruiformi, passeriformi, fenicotteri e rapaci. Diffusi sono anche i tordi, le quaglie e le beccacce. La fauna marina ricca presso il golfo di Napoli, lo stretto di Messina e nel mar Ligure. Nei nostri mari abbondano soprattutto sardine, acciughe, tonni e sgombri. Parchi nazionali Ai primi cinque parchi nazionali: il Parco nazionale del Gran Paradiso (Piemonte-Valle d'Aosta), creato nel 1922 e vasto 56 mila ha; il Parco nazionale dello Stelvio, istituito nel 1935, vasto 95 mila ha; il Parco nazionale d'Abruzzo, creato nel 1923 e vasto 38.000 ha; il Parco nazionale del Circeo, creato nel 1934, vasto 3.200 ha; il Parco nazionale della Calabria, creato nel 1968, nel 1989 il ministero dell'ambiente ha affiancato quattordici nuove aree protette di interesse nazionale. Geografia umana
Geografia economica
Il nome I. si estese a buona parte della penisola, mentre il latino diveniva la lingua comune. Poco dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.) tutta la Gallia Cisalpina venne incorporata nell'I., che estese in tal modo i confini settentrionali sino alle Alpi, dal Varo all'Arsa. Ma lo sviluppo dell'Impero con le sue necessità di organizzazione diminuì a poco a poco il primato dell'I. che finì definitivamente con lo spostamento della capitale a Bisanzio. Con l'affermarsi del cristianesimo le restava tuttavia un'altra funzione di preminenza: a Milano, ormai capitale contro le minacce dei Barbari, sant'Ambrogio imponeva la sua volontà all'imperatore Teodosio e a Roma il papato poneva le basi della sua universale autorità.
Dopo la morte di Teodosio I il Grande (395), la divisione dell'Impero romano, già avvenuta altre volte per periodi più o meno brevi in passato, divenne definitiva. Da allora l'I. fu più volte invasa da popolazioni barbariche (Unni, Goti, Visigoti, Ostrogoti) fino a quando Odoacre (476) depose l'ultimo imperatore Romolo Augustolo e divenne re. L'imperatore d'Oriente Giustiniano cercò in seguito di riconquistare l'I. e ci riuscì dopo venti anni di lotte contro gli Ostrogoti. Un altro popolo fece però la sua irruzione in I. conquistando il Nord: i Longobardi (568). La dominazione longobarda ebbe fine dopo due secoli con l'invasione di Carlo Magno, re dei Franchi (774). L'età carolingia Carlo Magno fu cinto della corona imperiale da papa Leone III la notte di Natale dell'anno 800. Egli portò in I. il sistema feudale francese, dividendo la penisola in grandi feudi affidati a comites alle sue dipendenze. Alla morte di Carlo i suoi successori non seppero mantenere l'unità politica dell'impero. Diverse personalità si contesero per lungo tempo la corona imperiale fino a quando Ottone I di Sassonia intervenne nelle lotte e fu incoronato imperatore nel 962. L'età dei Comuni Il fenomeno comunale fu all'inizio la manifestazione della volontà di autonomia delle città padane e toscane, espressa dalla piccola nobiltà locale e appoggiata dai vescovi. Ben presto molti Comuni sorsero in tutta I., molti economicamente prosperi. Federico I di Svevia il Barbarossa (1152-1190) rivendicò i diritti dei sovrani usurpati dai Comuni e si scontrò a Legnano (1176) con i Comuni organizzati nella Lega lombarda uscendo sconfitto. Con la battaglia di Benevento (1266) si instaurò in I. il predominio angioino. Nel Sud cominciò una guerra ventennale tra angioini e aragonesi. Stati signorili e principeschi Nel XIV e XV secolo molte città comunali accrebbero enormemente il loro potere. Tra queste Venezia, Verona, Pisa, Milano e Firenze. In esse salirono al potere famiglie locali molto in vista (ad es. gli Scaligeri a Verona, gli Sforza e i Visconti a Milano, i Medici a Firenze) che trasformarono i Comuni in signorie. La lotta per l'egemonia tra Milano, Firenze e Venezia si concluse con la pace di Lodi (1454) che diede inizio a un periodo di equilibrio e di rigogliosa vita culturale. Nel Sud l'insurrezione e la guerra dei Vespri siciliani (1282-1302) avevano separato il regno di Sicilia, divenuto Aragonese, dal regno di Napoli conservato dagli Angioini. Alla fine del medioevo l'I. si configurava come un sistema di cinque Stati maggiori: Napoli, Roma, Firenze, Venezia e Milano tenuti insieme da un fragile patto di non aggressione che resistette per quarant'anni (1454-1494). Le guerre di predominio e la preponderanza spagnola Dalla discesa di Carlo VIII all'avvento di Carlo V. L'equilibrio tra gli Stati italiani non resistette all'attacco di Carlo VIII di Francia, col quale si iniziarono le guerre per il predominio sulla penisola durate dal 1494 al 1559: protagonisti principali la Francia, la Spagna e l'Impero, fiancheggiati o osteggiati dall'uno o dall'altro degli Stati italiani; conclusione, il predominio della Spagna, mantenuto sino ai primi anni del XVIII sec. Domini diretti della corona spagnola furono i regni di Sardegna, di Sicilia e di Napoli, il ducato di Milano, alcune parti della costa tirrenica, l'Elba e Piombino. I francesi restituirono il Piemonte ai Savoia. Nonostante queste guerre, l'I. visse tra il 1454 e il 1559 un fervido periodo culturale. Tra le personalità che lo caratterizzarono vi furono Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Ariosto, Machiavelli, Guicciardini. L'atteggiamento dei sudditi verso la Corona spagnola fu, in complesso, di lealtà e di devozione. Nel regno di Napoli, pressione tributaria e servitù militari, sopportabili nel Milanese, soverchiavano una popolazione economicamente molto più debole e in condizioni di cronico squilibrio sociale. Senza sottovalutare l'opera svolta dal governo spagnolo per la protezione del territorio dagli attacchi esterni e per sottomettere a disciplina i baroni, né le provvidenze per il risanamento urbanistico della capitale e per l'incremento delle attività produttive, va notato che il disagio della popolazione venne sempre crescendo e, pur rimanendo vivo un sentimento di devozione verso la Corona, non mancarono sommosse. La più grave fu quella legata al nome di Masaniello (1647): nell'autunno del 1647 fu proclamata la Repubblica con il titolo confuso di Serenissima Repubblica del regno di Napoli. Ma gli spagnoli soffocarono la ribellione (primavera 1648). Tra gli Stati indipendenti dalla dominazione spagnola, il più importante era quello della Chiesa, governato tra la metà del XVI sec. e la fine del XVII dai papi promotori ed esecutori della restaurazione cattolica. La politica ecclesiastica non distolse tuttavia i papi dalla cura degli affari temporali, e fu una cura rivolta ad accrescere i domini territoriali e a garantire al complesso di essi la sicurezza di fronte ai pericoli sia di disgregazione interna sia di attacchi dall'esterno. Venezia era rimasta estranea alle guerre d'I. dopo il 1530. Durante la guerra contro i Turchi per il possesso di Cipro ebbe il soccorso di una crociata e di navi spagnole, sabaude, toscane e pontificie. Gli Stati sabaudi furono i meno toccati dal dominio spagnolo e tentarono anche di conquistare alcuni possedimenti francesi. Tra la fine del 1600 e l'inizio del 1700 l'I. fu teatro dello scontro tra le potenze europee. I Savoia aumentarono il loro peso politico, mentre al dominio spagnolo si venne sostituendo quello austriaco (trattato di Utrecht del 16 aprile 1713). Il predominio austriaco Con la pace di Utrecht l'Austria aveva sostituito la Spagna quale potenza dominante in I., assicurandosi il Milanese, la Sardegna, il Napoletano e lo Stato dei Presidi, mentre Vittorio Amedeo II di Savoia, che aveva mirato alla conquista del Milanese, dovette accontentarsi del Monferrato e della Sicilia col titolo di re. La Lombardia austriaca (comprendente le odierne province di Milano, Como, Varese, Cremona senza Crema, possesso veneziano, Mantova e Pavia senza l'Oltrepò) ricevette un notevole impulso dal riformismo absburgico e fu, con la Toscana, quello tra gli Stati italiani in cui fu maggiore l'efficacia del movimento illuministico e in cui i processi di trasformazione economica a cui era avviata la penisola si manifestarono nei loro aspetti più positivi. L'I. della fine del Settecento fu travagliata da un'acuta crisi sociale, rappresentata in particolare dalla crescente miseria delle popolazioni contadine, su cui si innestava la crisi della politica riformatrice, che nasceva dal contrasto tra l'autoritarismo dei sovrani e la debolezza delle forze innovatrici; inoltre quasi tutti gli Stati italiani si trovavano in difficoltà finanziarie. Su questa situazione doveva influire potentemente la Rivoluzione francese, le cui idee trovavano un terreno particolarmente adatto nei gruppi più vivi dei ceti intellettuali italiani, specie tra i più giovani, che dall'Illuminismo avevano ricevuto un'educazione ispirata alle idee di libertà e di uguaglianza, di sovranità popolare e dei diritti dell'uomo. Le origini del Risorgimento L'età giacobina e napoleonica (1796-1814). Una parte del ceto dirigente illuminista, di fronte all'affossamento delle riforme, si distaccò dai governi (Melzi, Verri, G.B. Vasco), abbracciando posizioni costituzionali moderate che ne prepararono l'adesione ai governi repubblicani. Si formarono minoranze «patriote» e giacobine, in parte derivate dalla massoneria, che iniziarono una vivace attività cospirativa accompagnata da repressioni poliziesche ed esecuzioni capitali. Napoleone iniziò la sua penetrazione in I. nel marzo 1796. Un congresso elettivo convocato a Reggio e poi a Modena (27 dicembre 1796 - 1° marzo 1797) approvò la creazione di una Repubblica Cispadana una e indivisibile, la cui costituzione, accentuatamente moderata e modellata su quella francese del 1795, fu l'unica del triennio repubblicano a non essere imposta dai Francesi. Un direttorio di tre membri e un corpo legislativo si riunirono a Bologna; ma nel luglio del 1797 Bonaparte decise di sciogliere la Cispadana e la aggregò, insieme alla Romagna, alla Repubblica Cisalpina, sorta il 29 giugno 1797. Sin dal 6 giugno era stata creata la Repubblica Ligure democratizzata; un grave colpo ricevette invece il movimento giacobino con la cessione all'Austria del Veneto, sanzionata dalla pace di Campoformio (17 ottobre 1797). Anche Roma fu occupata dai Francesi e venne istituita la Repubblica Romana (1798). Nel 1805 Napoleone, divenuto imperatore, assunse il titolo di re d'I. e trasformò la Repubblica Italiana in Regno d'I. Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia (1813), sorse la speranza che fosse possibile ottenere per i regni napoleonici in I. l'indipendenza sia dalla Francia sia dall'Austria. Di questa situazione approfittò l'Austria per instaurare una reggenza, che il 12 giugno proclamò l'annessione della Lombardia all'Impero austriaco. Le sorti dell'I. vennero definitivamente decise dal congresso di Vienna, che restaurò gli antichi sovrani. Il Risorgimento Dopo la Restaurazione si diffuse in tutta I. il desiderio di indipendenza. Ovunque si costituirono sette segrete (si ricorda in particolare la Carboneria) e gruppi rivoluzionari. La prima azione fu quella della Carboneria napoletana (1820) che ottenne da re Ferdinando la costituzione spagnola del 1812. Altre insurrezioni si ebbero poi in tutta I. ma furono represse. Uomini come Mazzini (che aveva fondato nel 1831 un'associazione di patrioti, la «Giovine Italia»), Buonarroti, Balbo e Gioberti sollevarono per primi il problema dell'unità nazionale, proponendo diverse soluzioni (mentre Gioberti auspicava uno Stato sotto la guida del papa, Mazzini sperava in una rivoluzione che avrebbe portato alla repubblica). Il 1848 fu l'anno in cui iniziarono vere e proprie battaglie per l'indipendenza (Indipendenza italiana, guerre d'). Insorsero Palermo, Milano (Cinque giornate) e poi Venezia. Carlo Alberto di Savoia accorse in aiuto dei rivoluzionari e così fecero altri sovrani fino a quando, ritiratosi papa Pio IX dal conflitto, ne seguirono l'esempio. Carlo Alberto, sconfitto a Custoza, fu costretto ad abdicare in favore del figlio. Le iniziative rivoluzionarie che seguirono, a opera di Mazzini e Pisacane, non ebbero successo. Cominciava a prendere piede il moderatismo di Cavour (presidente del consiglio nello Stato dei Savoia) che auspicava un'unione sotto la guida del Piemonte. Cavour stabilì un accordo con Napoleone III (Plombières, luglio 1858) con il quale la Francia accettava di aiutare l'I. in caso di attacco austriaco. Ciò accadde durante la II guerra d'Indipendenza che si concluse inaspettatamente con l'armistizio stipulato da Napoleone a Villafranca, nonostante le vittorie italiane a Solferino e a San Martino. I Savoia ottennero solo la Lombardia. Cavour deluso si dimise per poi ritornare sulla scena politica nel 1860, quando Napoleone diede il suo assenso ai plebisciti con i quali la Toscana e la Romagna chiedevano e ottenevano l'annessione al Piemonte. In seguito all'insurrezione palermitana dell'aprile 1860, Garibaldi assunse la guida di una spedizione che partì da Quarto (Mille, spedizione dei) nel maggio 1860. Tale spedizione ebbe successo e si concluse con la conquista della Sicilia e di Napoli e con l'incontro tra Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II, che era penetrato in Roma battendo l'esercito papale, a Teano (ottobre 1860). Il 17 marzo 1861 venne pubblicato il decreto che proclamava il regno d'I. sancendone l'unità. L'Italia unita La camera del nuovo regno d'I. (il ramo rappresentativo del parlamento, accanto al senato, di nomina regia), i cui deputati venivano eletti sulla base di collegi uninominali da un elettorato che rappresentava soltanto il 2% dell'intera popolazione della penisola, era divisa in due schieramenti, una Destra, composta da liberali conservatori e moderati, e una Sinistra, che riuniva i liberali più avanzati e i democratici, preoccupati soprattutto di risolvere i problemi dell'unificazione. Alla morte di Cavour (6 giugno 1861) venne chiamato al potere Bettino Ricasoli, che si preoccupò degli immediati problemi amministrativi posti dalla formazione dello Stato unitario, risolvendoli con l'accentramento e la divisione dello Stato in 59 prefetture dipendenti dal ministero degli interni e unificò il debito pubblico assumendo il disavanzo degli Stati scomparsi; nel Meridione venne iniziata una dura repressione del brigantaggio: la lotta che ne nacque si prolungò fino al 1865, provocando più di cinquemila morti tra le file dei briganti. Il partito d'azione premeva intanto per la liberazione di Roma e del Veneto. Maturava la possibilità di conquistare il Veneto, attraverso un'alleanza con la Prussia che era ormai in aperto contrasto con l'Austria. Pur tra difficoltà e diffidenze reciproche le trattative sboccarono nel trattato dell'8 aprile 1866, sulla base del quale l'I. entrò successivamente in guerra, senza che però fosse stato elaborato un piano d'azione comune tra i due eserciti. (Indipendenza italiana, guerre d'). L'I. ottenne così il Veneto. Dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan, sotto la pressione della Sinistra e di gran parte dell'opinione pubblica, falliti gli estremi tentativi di trovare un accordo con Pio IX, le truppe del generale Raffaele Cadorna penetrarono nello Stato Pontificio e conquistarono Roma (20 settembre 1870). Il papa, coerentemente alle sue precedenti prese di posizione, si dichiarò contrario a ogni riconoscimento del fatto compiuto, e il governo diede una soluzione unilaterale ai rapporti col Vaticano mediante la legge delle Guarentigie (1871). Le elezioni del novembre 1874 segnarono un insuccesso della Destra storica e nel marzo 1876 il re dovette chiamare al governo Agostino Depretis, capo della Sinistra parlamentare. Nel paese si diffondevano e si organizzavano le prime forze di una Sinistra dichiaratamente socialista. Il governo approvò un allargamento del corpo elettorale in conseguenza del quale gli elettori passarono da 600.000 a 2 milioni circa (1882). Dopo il 1880, per il timore di restare isolati in Europa, il governo si indirizzò verso una cauta espansione in Africa e verso l'alleanza con gli Imperi centrali (Triplice alleanza, 20 maggio 1882, rinnovata poi nel febbraio 1887 a condizioni più vantaggiose). Nell'agosto 1887, alla morte di Depretis, la presidenza del consiglio fu assunta da F. Crispi. Nel marzo 1896 Crispi, che aveva ripreso la politica di espansione coloniale in Africa (occupazione dell'Eritrea), puntando su di essa per risolvere anche le difficoltà interne, venne rovesciato a seguito della sconfitta di Adua (1° marzo 1896). Tra l'aprile e il maggio 1898 si ebbe una serie di dimostrazioni, che culminarono nelle giornate di Milano (6-8 maggio) in cui il generale Bava-Beccaris impiegò l'esercito per una repressione sanguinosa, a cui seguì la proclamazione dello stato d'assedio in quasi tutte le province e la persecuzione contro i socialisti e i cattolici dell'Opera dei congressi, accusati entrambi di aver promosso i tumulti. La vastità della crisi del 1898 spinse il governo Pelloux (costituitosi nel giugno 1898) ad accentuare la politica illiberale, presentando una serie di decreti-legge per la restrizione delle libertà di sciopero, di stampa e di riunione. Gli succedette (giugno 1900) G. Saracco che ritirò i disegni di legge illiberali.
Tra il novembre 1922 e il giugno 1924, il fascismo esautorò di ogni potere gli altri partiti e creò suoi organi, come il Gran consiglio e la Milizia (gennaio 1923), che assicurò a Mussolini uno strumento del tutto indipendente dalla normale organizzazione militare dello Stato. Il 25 gennaio 1924 un decreto reale sciolse la camera, dopo che i due rami del parlamento avevano approvato la legge elettorale maggioritaria Acerbo, che fu applicata nelle elezioni del 6 aprile, svoltesi in un clima di violenze e di soprusi. Con una legge del 24 dicembre 1925 Mussolini, che cumulò in sé le funzioni di capo del governo e di primo ministro, venne investito della piena autorità esecutiva, che esercitava a nome del re senza ingerenza del parlamento, il quale venne privato dell'iniziativa delle leggi. Un elemento assai importante nella politica del fascismo fu l'avvenuta conciliazione dello Stato con la Chiesa (patti lateranensi dell'11 febbraio 1929), che servì a Mussolini anche per rafforzare il prestigio del fascismo e quello suo personale e per utilizzare l'appoggio della Chiesa come strumento di espansione nazionale. In politica estera, Mussolini pensava all'Etiopia come campo di espansione coloniale. Dopo la rapida vittoria (maggio 1936) e la proclamazione di un effimero Impero, la cui corona fu offerta a Vittorio Emanuele III, poté delinearsi e prendere sempre più consistenza un avvicinamento italo-germanico che fu fissato negli accordi di Berlino del 23 ottobre 1936 (l'Asse Roma-Berlino, come lo definì Mussolini nel discorso di Milano del 1° novembre 1936); l'intesa fra i due Stati totalitari fece poi le sue prove con l'intervento, in aiuto di Franco, nella guerra civile di Spagna (1936-1939), consolidandosi definitivamente con la stipulazione del Patto d'acciaio (22 maggio 1939).
Il 24 dicembre 1971, dopo una lunghissima consultazione, venne eletto presidente della Repubblica il giurista democristiano G. Leone. Dopo il falimento del tentativo di ricostituire un governo di centro-sinistra, il nuovo presidente della Repubblica affidò ad Andreotti l'incarico di dar vita a un governo minoritario, che non ottenne la fiducia del senato. Il 28 febbraio, perciò, veniva deciso per la prima volta nella vita della Repubblica di sciogliere anticipatamente la camere. A formare il governo venne chiamato nuovamente Andreotti, che sperimentò una formula politica centrista, sostenuta dal tripartito DC, PLI e PSDI. Non vi parteciparono il PSI, il PRI e le correnti di sinistra della DC. Il governo Andreotti cadde nel giugno 1973 e si tornò alla formula di centro-sinistra. Nel corso dell'anno 1974 si era intanto verificata la ripresa delle iniziative terroristiche delle forze eversive (eccidio di Brescia, attentato al treno «Italicus» della linea Roma-Monaco). In ottobre il quinto governo Rumor cadde definitivamente a causa dei contrasti tra PSI e PSDI. Dopo un vano tentativo di Fanfani, fu Moro a formare il nuovo governo, varando la formula del bicolore DC-PRI, appoggiata dall'esterno da PSI e PSDI. Oltre alla situazione dell'economia, che viveva una fase di recessione, aggravata dalla crisi internazionale, il governo Moro si trovò ad affrontare il problema dell'ordine pubblico, in relazione a una violenta ondata di criminalità e a gravi disordini politici. Le elezioni amministrative del 15 giugno 1975, cui parteciparono per la prima volta i diciottenni, registrarono un calo della DC e un forte progresso del PCI. Dopo le elezioni amministrative del giugno 1975 la politica interna entrò in una fase nuova. In settembre il presidente del consiglio Moro affrontò il tema del coinvolgimento del PCI nella maggioranza: fu l'avvio della politica di «solidarietà nazionale». Autore del compromesso fu Andreotti, che varò un monocolore DC (terzo governo Andreotti), detto della «non sfiducia» perché si reggeva unicamente sulle astensioni, mancando di una maggioranza organica. Nel gennaio del 1978 si aprì la crisi di governo e Andreotti avviò le trattative per formare il nuovo governo, mentre la DC poneva il veto su una nuova maggioranza estesa al PCI. L'8 marzo l'intesa venne raggiunta. Poco dopo Andreotti presentò il suo quarto governo, un monocolore DC. Non ci fu spazio per polemiche poiché il 16 marzo le Brigate rosse rapirono Moro. Il 9 maggio il cadavere del presidente della DC venne fatto trovare dalle Brigate rosse in via Caetani, a mezza strada tra le sedi di DC e PCI. Il giorno dopo il ministro dell'interno Cossiga rassegnò le dimissioni. A giugno si ebbero le dimissioni del presidente della Repubblica Leone, travolto dalle accuse relative a non chiare operazioni finanziarie. A succedergli venne eletto S. Pertini. L'Italia era sconvolta dagli scandali, che colpirono anche la direzione della Banca d'Italia (23 marzo 1979), mentre Pertini, dopo la rinuncia di La Malfa, cercava invano di trovare una soluzione alla crisi di governo, affidando nuovamente ad Andreotti il compito. Le elezioni politiche del 3-4 giugno videro la grave sconfitta del PCI e l'avanzata del partito socialista e dei partiti laici, mentre la DC manteneva le sue posizioni. A caratterizzare il risultato elettorale fu però un nuovo fenomeno: l'astensionismo, soprattutto giovanile, destinato a crescere progressivamente negli anni Ottanta. In aprile Cossiga formò il nuovo governo, sostenuto dalla coalizione DC-PSI-PRI. Continuarono gli attentati terroristici che culminarono in quello che è ritenuto il più grave: la strage alla stazione ferroviaria di Bologna, nella quale, il 2 agosto, persero la vita 85 persone e 147 rimasero ferite. Il 1981 si aprì con i problemi economici legati all'inflazione e al deficit della bilancia dei pagamenti. Un'altra crisi costrinse Pertini a sciogliere le camere e a indire elezioni anticipate nel giugno 1983. In luglio Pertini affidò a Craxi il compito di formare il governo. Nel mese di agosto Craxi presentò alle camere il suo governo, sostenuto dalla coalizione pentapartitica DC-PSI-PSDI-PRI-PLI, con un programma che si prefiggeva il risanamento dell'economia. Il 1984 si aprì con la battaglia tra governo e opposizione sul problema del costo del lavoro. Scioperi e manifestazioni ebbero luogo in diverse città e a quella di Roma del 24 marzo parteciparono più di un milione di lavoratori. In febbraio intanto il governo Craxi firmò con la Santa Sede il nuovo concordato, considerato inizialmente un successo del governo, ma portatore in seguito di polemiche relative specialmente all'insegnamento religioso nelle scuole. Dopo varie crisi e scioglimento di governi le elezioni del 14-15 giugno 1987 fecero registrare la sconfitta del partito comunista e l'avanzata delle due maggiori forze di governo (DC e PSI). Nel PCI il dibattito sulla sconfitta portò all'elezione di A. Occhetto a vicesegretario unico. Il 16 dicembre si concluse a Palermo il maxiprocesso alla mafia, con numerose condanne. Il processo fu reso possibile dalle rivelazioni dei pentiti. Nel 1988 Cossiga affidò al segretario della DC, C. De Mita, l'incarico di formare il governo. Il governo De Mita venne ben presto indebolito dai contrasti tra i partiti della coalizione, specialmente tra i il PSI e la DC, e dalle lotte tra le diverse correnti democristiane. Il congresso, tenuto a Roma nel febbraio 1989, portò alla segreteria del partito Forlani, mentre a De Mita venne assegnata la carica (simbolica) di presidente del partito, da lui abbandonata nel febbraio 1990 per divergenze con la segreteria. La sconfitta di De Mita finì per ripercuotersi sul governo, che in maggio, subito dopo i congressi del PRI e del PSI, fu costretto alle dimissioni. Cossiga incaricò il presidente del senato di compiere un giro esplorativo, al termine del quale non si pervenne ad alcuna conclusione. Negli anni Novanta è particolarmente cresciuta la critica e con essa la sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti. Nelle elezioni regionali del 1990 si affermarono infatti nuove forze politiche come i movimenti Verdi e le Leghe regionaliste soprattutto la Lega Lombarda. Gli stessi partiti tradizionali entravano in crisi. Il partito comunista si scindeva nel 1991 in due fazioni: il PDS guidato dal segretario Occhetto e la minoranza di Rifondazione comunista di Ingrao. Il presidente della Repubblica Cossiga intervenne più volte su vari aspetti della vita politica e istituzionale creando fermenti sia nei partiti che nell'opinione pubblica. L'inizio del 1992 si presentò particolarmente difficile. Le elezioni svoltesi in aprile confermarono la crisi dei partiti tradizionali: minimo storico per la DC, calo dei socialisti e dei comunisti del PDS, crescita di leghe e Verdi. In maggio fu eletto presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. La crisi politica e istituzionale fu resa ancora più grave da alcuni fatti. Il 23 maggio il direttore della sezione Affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia Giovanni Falcone venne ucciso con la moglie e tre agenti di scorta in un attentato organizzato dalla mafia. Il 19 luglio l'esplosione di un'autobomba a Palermo uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta. Inoltre una clamorosa indagine giudiziaria denominata «Mani pulite» ha portato da allora all'incriminazione è all'arresto di molti politici (soprattutto democristiani e socialisti) con l'accusa di aver ricevuto tangenti anche molto elevate da imprese favorite nell'assegnazione dei lavori pubblici. Il sistema dei partiti tradizionali è entrato in crisi definitivamente con le accuse di Tangentopoli. Prova ne sono state le elezioni del marzo 1994, svoltesi con il nuovo sistema elettorale maggioritario entrato in vigore nel 1993. I vecchi partiti, pur presentatisi con nuovi simboli e programmi, sono stati nettamente sconfitti da nuove formazioni tra cui Forza Italia e Alleanza Nazionale. Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi è stato eletto presidente del consiglio. Le sue manovre finanziarie hanno creato scontento nei cittadini che si sono serviti dello sciopero per protestare. Alla fine del 1994 il presidente del Consiglio, contrastato dall'interno del polo governativo, ha dato le dimissioni. Nel gennaio 1995 il presidente della Repubblica ha affidato l'incarico a L. Dini che ha costituito un governo di tecnici. Nell'aprile del 1996 si sono svolte le elezioni politiche anticipate, che hanno visto premiata la coalizione di centro-sinistra denominata "Ulivo". Il leader dell'Ulivo, Romano Prodi, è stato eletto presidente del consiglio; il governo da lui guidato ha intrapreso lo studio di varie riforme intese a portare l'Italia in una condizione politico-economica tale da consentirle di allinearsi ai parametri rispettati dagli altri stati dell'Unione Europea. Nei mesi di settembre e ottobre 1996 il governo si è trovato a far fronte ad alcune difficoltà: l'annuncio del progetto di secessione del Nord dal resto d'Italia da parte della Lega nord (il 15 settembre 1996) e la presentazione in Parlamento della legge finanziaria, che ha incontrato la decisa opposizione di gran parte dei partiti. A novembre però la legge finanziaria ha superato l'esame della Camera e questo fatto ha rafforzato l'immagine politica di Romano Prodi e del governo. Nell'ottobre 1996 Romano Prodi ha incontrato sia il leader tedesco Helmut Kohl sia il presidente francese Jacques Chirac e ha preso accordi per far rientrare la valuta italiana nel Sistema monetario europeo (SME). Il 26 novembre 1996 la lira è rientrata nello SME.
Da un fenomeno profondamente legato ad aspirazioni cristiane quale la predicazione di san Francesco d'Assisi nacque non solo il mirabile Cantico di frate Sole, ma ebbe incentivo la poesia dei laudesi umbri, alla quale si collega ancora, sulla fine del secolo, l'opera personalissima di Jacopone da Todi. Ma nella storia della poesia italiana, il fatto di maggiore rilievo, press'a poco coevo alla predicazione di san Francesco, fu la scuola poetica siciliana, fiorita alla corte di Federico II di Svevia. I poeti della cosiddetta prima scuola celebrarono l'amore cortese in forme eleganti e convenzionali; tuttavia alcuni di essi, e in particolare Rinaldo d'Aquino e Odo delle Colonne, non rifuggirono dall'introdurre nei loro versi precise note di cronaca, e altri, quali Giacomino Pugliese e Cielo d'Alcamo, vissuti probabilmente lontano dalla corte del re svevo, indulsero addirittura a note di sensualità e di realismo giullaresco. Ma fu col passare nella Toscana comunale che la moda poetica inaugurata dai Siciliani arrivò a maggiore complessità di temi e a una nuova profondità, prima con Guittone d'Arezzo e i suoi seguaci, cantori della vita morale e religiosa oltre che dell'amore, poi con i poeti dello Stil novo (G. Guinizelli e G. Cavalcanti fra i maggiori), che all'idea dell'amore cortese impressero il segno di una forte interiorità. Altro vitale filone fu quello della poesia realistica toscana, che in parte prese argomento dalle violente passioni politiche con Schiatta Pallavillani, Monte Andrea, Orlanduccio Orafo, Chiaro Davanzati; in parte, e soprattutto, tale filone continuò i modi della poesia medievale dei goliardi, celebrando la taverna, il dado, l'amore sensuale, ed ebbe i suoi maggiori esponenti nel senese Cecco Angiolieri, nel fiorentino Rustico di Filippo e, con sue particolari note di eleganza, in Folgore da San Gimignano. Al quadro sintetico della poesia duecentesca non può infine mancare la menzione delle laude drammatiche, forme semplicissime di teatro religioso, proprie specialmente dell'Umbria e dell'Abruzzo, ma non sconosciute alle altre regioni. Meno ricco e vario è il bilancio della prosa duecentesca. Il Trecento
L'Umanesimo e il
Quattrocento
Il Cinquecento
Il Seicento
Il Settecento
L'Ottocento
Il Novecento
Arte protocristiana, preromanica, romanica Il primo esprimersi di un'arte italiana fu nella scultura e nella pittura delle catacombe. Dopo il 313, la funzione di complesso architettonico cristiano per eccellenza, destinato alla riunione dei fedeli e alla glorificazione di Dio, fu assunto dalla basilica, le cui forme strutturali derivarono dal mondo ellenistico-romano, come nelle basiliche romane di Santa Maria Maggiore e Santa Sabina. Le primissime manifestazioni del romanico in I. riguardano il paramento esterno della costruzione, articolato e sensibilizzato da lesene, arcature cieche e archetti, in modi decorativi che, elaborati da maestranze comasche, si diffusero ovunque in Europa. La grande novità costruttiva del romanico italiano è però l'impiego sistematico del costolone. Esempio principe del compatto organismo romanico è il rifacimento, intorno al 1080, della basilica di Sant'Ambrogio a Milano. A Venezia la chiesa di San Marco, consacrata nel 1024, a croce greca, ispirata alla costantinopolitana chiesa dei Santi Apostoli, innalzò sontuosamente gli spazi cavi delle sue cupole rivestite di ori e di mosaici. Personalità dominanti della scultura dell'epoca furono Wiligelmo, diffusore di modi plastici sensibili agli influssi dell'arte borgognona, e Benedetto Antelami, autore della Deposizione (1178) nel duomo di Parma. Il Duecento e il Trecento Questo lungo periodo è caratterizzato dall'assorbimento e dall'elaborazione dei modi stilistici del gotico, penetrati in I. al principio del XIII sec. con i monaci cisterciensi. Il monumento più famoso dell'ordine è San Francesco ad Assisi (iniziato da frate Elia) che nella chiesa superiore accoglie le storie del santo affrescate da Giotto. A Firenze le grandi chiese degli ordini mendicanti, Santa Maria Novella, domenicana, e Santa Croce, francescana, inscrivono il luminoso spazio interno, uniformemente dilatato, nelle strutture lineari degli altissimi pilastri e delle ampie arcate; ma ancora più solenne è la cattedrale di Santa Maria del Fiore, nella quale, alla fine del XIII sec., lavorò Arnolfo di Cambio. Una preziosità senza pari, in forme slanciate e pittoresche, si riflette nelle originali architetture tardogotiche veneziane: la Ca' d'oro e il Palazzo Ducale, con il loro gioco dei colori sull'ombra nera di archi, portici e gallerie. Lo scultore Nicola Pisano creò tra il 1255 e il 1260 il pulpito del battistero pisano. Dalla bottega di Nicola e con la sua collaborazione uscirono il pulpito del duomo di Siena, l'arca di San Domenico (1264-1267) nella chiesa dedicata al santo a Bologna e la Fonte maggiore di Perugia. Il più grande degli scolari di Nicola fu il figlio Giovanni, temperamento artistico diversissimo, aperto al flusso vitale della civiltà gotica e sempre originalissimo nell'espressività delle figure in sé concluse della facciata del duomo senese e nei vivi, violenti, drammatici rilievi dei pulpiti di Sant'Andrea a Pistoia e del duomo di Pisa. Negli ultimi decenni del XIII sec., sorgendo dal neoellenismo bizantino, si andò affermando una civiltà pittorica italiana con il fiorentino Cimabue e con il romano Cavallini. Una diversa generazione di pittori iniziò con Giotto. La sua limpida rappresentazione della realtà segna alfine il pieno distacco dalla civiltà medievale e l'abbandono delle formule bizantine. Il senese Simone Martini ebbe dell'arte gotica il senso elegante dei miniatori francesi. Simone accolse le grandi novità del linguaggio giottesco, capaci di esercitare viva suggestione su un altro grande pittore senese, Pietro Lorenzetti, che lavorò anche in collaborazione con il fratello Ambrogio, autore delle famose allegorie del Buono e del Cattivo Governo nel Palazzo Pubblico di Siena, dove fece le sue prime prove la pittura italiana di paesaggio.
L'idealismo universalistico del secolo caratterizza la pittura di Raffaello. L'essenza classica della sua arte si manifesta nella decorazione della Farnesina, con la Galatea, nei ritratti di Leone X e Baldassare Castiglione, nei quadri sacri. L'influenza alterna di Raffaello e di Michelangelo si espresse variamente nel manierismo dei seguaci, il più geniale dei quali, Giulio Romano, tentò una sintesi delle due visioni e creò il suo capolavoro a Mantova nel palazzo del Te. Voluttuoso nella decorazione della volta del convento di San Paolo a Parma, il Correggio creò visioni di luce dorata dissolte in movimenti luminosi nelle cupole di San Giovanni Evangelista e della cattedrale, rispettivamente con l'Assunzione e l'Ascensione, e un capolavoro di modernità compositiva nella Natività, nota come la Notte di Dresda. A Venezia, Giorgione suggellò nel primo decennio del secolo in unità di visione atmosferica i valori del colore e della luce veneziana, attuando la riforma della pittura tonale e creando l'espressione di un'umanità e di una poesia nuove in una natura nuova. L'eredità di Giorgione fu raccolta da Tiziano, trionfatore del Cinquecento veneziano nell'Assunta, nella Pala di Ca' Pesaro, nei Baccanali. La cultura manieristica si inserisce nell'opera del Tintoretto, creatore del ciclo della scuola di San Rocco, del Bassano dalla pennellata modernissima, del Veronese, che è la «palladiana» conclusione del linguaggio pittorico veneto del Cinquecento negli affreschi di Maser, nei quadri mitologici, nei ritratti.
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