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SILVIO BERLUSCONI
da "Una Storia Italiana" dal sito di Forza italia http://www.forza-italia.it/silvioberlusconi/01_carattere.htm

Il carattere e le passioni


Chi è veramente il leader di Forza Italia, come vive l’uomo che vuole cambiare il Paese? Abbiamo ripercorso la sua vicenda umana, dall’infanzia milanese al liceo dei Padri Salesiani. E poi, l’università, il lavoro, le sfide e le vittorie. Ma, soprattutto, vi raccontiamo gli affetti, le passioni, le amicizie, gli amori di Silvio Berlusconi
Dal padre Luigi, milanese tutto d’un pezzo, di stampo antico, Silvio acquisisce il senso del dovere, l’amore per il lavoro, la capacità di sacrificio, il rispetto per la parola data. Papà Luigi e mamma Rosa gli trasmettono positività e serenità. Ma l’infanzia del futuro Presidente è segnata dalla guerra. Una tragedia immane che Silvio, come i suoi coetanei, non potrà mai dimenticare. E i ricordi di quel periodo lontano nel tempo lo commuovono ancora oggi: “Facciamo un po’ di conti: sono nato nel 1936 e avevo dunque sei anni quando la guerra entrò, disastrosamente, nella nostra vita quotidiana. Poi arrivò il 1943, la grande crisi, la caduta del fascismo, l’8 settembre, i tedeschi, la paura, i bombardamenti. Mio padre era militare al momento della disfatta. I tedeschi avevano iniziato la caccia al soldato italiano e lui si fece convincere da alcuni suoi amici a riparare con loro in Svizzera. Fece la scelta giusta. Salvò la sua vita e salvò il futuro di tutti noi. Per questa lontananza lui soffrì molto, mia madre soffrì molto. Per me fu uno struggimento devastante, il chiodo fisso dei miei pensieri: papà, il mio papà.
Mia madre si era trovata con due figli piccoli e il peso di due anziani: suo padre e la mamma di mio padre, che manteneva con il proprio lavoro di segretaria alla Pirelli a Milano. Tutti i giorni doveva arrivare in ufficio molto presto, cosa che la costringeva ad alzarsi alle cinque per prendere la corriera che la portava a Lomazzo, dove trovava il treno delle Ferrovie Nord per Piazzale Cadorna, a Milano. Da lì a piedi fino alla Pirelli. Alla sera, cammino inverso, nel buio. La sua vita era così: ogni giorno avanti e indietro su quella strada, prima con la mia sorellina nella pancia, e poi di fretta alla sera per tornare ad allattarla. E con un ricordo indimenticabile. Quello di vedersi un mitra piantato sul petto e la quasi certezza di lasciarci la pelle. Accadde quando in treno impedì ad un ufficiale delle SS di portar via una signora ebrea destinata al campo di sterminio. Tutti erano paralizzati dalla paura, ma non mia madre. Afferrò per il bavero l’ufficiale tedesco e si mise a gridare: «Vai via, dì che non l’hai trovata e vattene di qui». Il tedesco incredulo le dette uno spintone facendola cadere e le puntò addosso il fucile: «Zitta tu, o ti ammazzo». Ma lei ebbe il fegato di continuare: «Guardati in giro: se mi spari, tu da questa carrozza non scendi vivo». Allora quello si guardò intorno e vide tutte quelle facce spaventate che erano diventate minacciose, che non si sentivano di lasciare sola una donna con una grande pancia, piccola di corpo ma grande di spirito, che metteva in gioco la sua vita per salvarne un’altra. Il tedesco diventò paonazzo, strinse il dito sul grilletto, ebbe un attimo di esitazione e poi se ne andò. Il treno ripartì, mia madre aveva vinto, ma la tensione, lo spavento la stremarono e l’ultima parte della sua gravidanza ne risentì. Ma seguitò a fare il suo dovere sia in ufficio che in casa. Mia madre non si è mai vantata di quell’episodio. Lo raccontarono i suoi quotidiani compagni di viaggio.
Ero orgoglioso di lei e avevo imparato che se si supera la paura, se si ha coraggio, alla fine si vince”.
Iniziò in quei giorni una lunga e dolorosa attesa che durò sino alla primavera del 1945. Sino al giorno del ritorno.
“ Quando la guerra finì”, ricorda Berlusconi, “e cominciarono a tornare tutti quei padri, zii e fratelli che si erano sottratti ai rastrellamenti tedeschi e alla deportazione in un campo di lavoro o nei lager, per me iniziò invece un altro periodo d’apprensione e di attesa. Andavo ogni giorno ad aspettare il trenino che veniva da Como. Lì arrivavano i rifugiati che tornavano dalla Svizzera. Tornavano in tanti, ma non mio padre. Per un mese ci andai tutti i giorni. Mi arrampicavo su un paracarro che era il mio posto d’osservazione. Poi, dopo tante attese a vuoto, cominciai a stare più lontano. No, non era soltanto pudore, era delusione, era dolore. Volevo poter piangere senza dare a nessuno lo spettacolo delle mie lacrime. Perché il treno se ne andava via e mio padre non c’era. Poi un giorno arrivò. Lo riconobbi da lontano, ebbi un tonfo al cuore, mi scattarono le gambe e con una corsa sfrenata piombai tra le sue braccia. Molti altri bambini non rividero più il loro padre e io fui fortunato. Quel momento mi è rimasto nella memoria come quello più straziante e più felice della mia vita”.
Con la fine della guerra, la serenità torna nella famiglia finalmente riunita. Finite le elementari, Silvio frequenta la scuola media e il ginnasio dai Salesiani di via Copernico. È una scuola impegnativa, dove si studia sodo. Il giovane Berlusconi fa i conti con i ferrei regolamenti salesiani: sveglia alla sette, colazione, messa, lezioni, compiti, studio. Unica distrazione concessa da mamma e papà, un film il sabato pomeriggio. Ma dove trovare i soldi? Silvio è intraprendente. L’ostacolo si può aggirare. Diventa assistente dell’operatore del cinema vicino a casa.
Intraprendente, a volte cocciuto, comunque carismatico: in classe e in oratorio è il capo. E dimostra anche un preciso senso pratico: sbriga i compiti prima degli altri, poi aiuta i compagni più lenti o meno studiosi. In cambio di qualche spicciolo. Ma se il compagno non strappa almeno il sei meno, lui restituisce il compenso. Insomma, una specie di “soddisfatto o rimborsato” ante litteram. Dirà più tardi Silvio Berlusconi, ormai padre di cinque figli: “Non si ottiene nulla senza applicazione e senza sacrifici”.
Dopo la maturità classica il giovane Berlusconi comunica a papà Luigi che gli studi all’Università vuole pagarseli da solo. Come? Con Fedele Confalonieri, destinato a diventare l’amico di una vita, organizza un complesso musicale, “I quattro doctores”.
Si esibiscono nei ritrovi studenteschi, alle feste universitarie e private. “Ma mai nei night-club – ricorda Berlusconi con un sorriso – perché eravamo ragazzi di buona famiglia”.

IL TEMPO DELLA NUOVA GENERAZIONE
Milano. Silvio Berlusconi, una mattina, passa davanti alla Stazione Centrale. Lo attende l’imprevisto. Si chiama Carla Dell’Oglio. Sta aspettando l’autobus. Improvvisamente Silvio dimentica tutto. Si presenta, scherza, si offre di accompagnarla a casa. Lei tergiversa e infine accetta. Si sposeranno il 6 marzo 1965. Il 10 marzo 1966 nasce Maria Elvira, detta Marina; due anni dopo, il 28 marzo 1968, arriva Pier Silvio, subito soprannominato Dudi. I due ragazzi crescono felici a Milano, nella casa di via San Giminiano, e poi ad Arcore. Il padre sta diventando rapidamente un personaggio pubblico, un imprenditore di successo. Ma la vita della famiglia non cambia, a Silvio non piace ostentare, vuole che i suoi ragazzi crescano come tutti i loro coetanei e, soprattutto, lontani da ogni clamore.
Racconta Pier Silvio: “Papà anche quando veniva a casa per rilassarsi, era sempre a nostra disposizione e il suo tempo libero lo impegnava a farci divertire: ci raccontava indovinelli, storie, faceva l'imitazione del vecchietto del West ...”.
La vita professionale di Berlusconi si fa sempre più fitta di impegni, giornate e notti dedicate al lavoro. La famiglia è serena, ma qualcosa nel rapporto con Carla cambia agli inizi degli anni Ottanta. L’amore si trasforma in sincera amicizia. Silvio e Carla, di comune accordo, decidono di continuare la loro vita seguendo ognuno le proprie aspirazioni. Ma molte cose continuano a unirli; innanzitutto, Marina e Dudi.
La vita continua. Una sera Berlusconi, al Teatro Manzoni di Milano, vede recitare Veronica Lario. È subito amore. Qualche anno dopo si sposano e nascono Barbara (1984), Eleonora (1986) e Luigi (1988) che porta il nome del nonno.
Il tempo passa... Marina, la figlia primogenita, 34 anni, è ora vicepresidente della Fininvest, mentre Piersilvio, 31 anni, è vicepresidente di Mediaset e numero uno di Rti, la società che controlla le attività televisive.
Marina è una delle donne-manager più ammirate d’Italia. Ama vestirsi in modo classico e discreto. Ha ereditato dal papà la stessa passione per il lavoro. Alla scrivania resta anche dodici ore al giorno.
Pier Silvio, che dopo un terribile incidente stradale alle Bermuda si è ricostruito con lo sport uno straordinario fisico da atleta, è il responsabile di tutte le produzioni e di tutti i palinsesti di Canale 5, Italia 1 e Retequattro.

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IL SABATO È PER I BAMBINI
Per i suoi tre ragazzi, mamma Veronica ha scelto la scuola steineriana. Ispirato al pensiero di Rudolf Steiner, filosofo ed educatore austriaco, il metodo è stato concepito per stimolare la creatività e la libera formazione del carattere, anche attraverso la pratica delle arti e della musica. Silvio Berlusconi ha sempre avuto un culto per la famiglia e dedica alla famiglia tutto il tempo che riesce a sottrarre al lavoro.
“ Parliamo della scuola, degli amici, del Milan, di quel che ho fatto io e che hanno fatto loro.
Spesso ci mettiamo al piano e cantiamo insieme. Sono tutti intonati e con un buon talento musicale. Gielo dico sempre: potremmo mettere su un coro o un’orchestra”.
Ma a volte nasce qualche discussione: risolta democraticamente, con il Presidente in perenne minoranza. Il motivo? Sempre il solito, comune peraltro a tante famiglie: “Succede quando c’è da accogliere in casa qualche nuovo inquilino: un cane, un gatto, uno scoiattolo. Io voto contro, regolarmente, ma regolarmente perdo. Salvo essere poi io il primo a viziarlo”.
Dai più piccoli di casa, Luigi ed Eleonora, una volta s’è fatto anche intervistare. Non era però un compito a casa, un’esercitazione imposta dal metodo steineriano o un nuovo gioco.
I giornalisti in erba la combinarono bella: all’insaputa del genitore pubblicarono lo “scoop” sul settimanale Tv Sorrisi e Canzoni.
Papà, da bambino ti piaceva giocare al pallone? chiese Luigino. “Altroché, il problema era di trovare un pallone”, fu la risposta di Silvio.
Ed Eleonora: Adesso papà che hai una squadra tutta tua, ti senti più forte? “No. Non è una questione di forza, è una questione di amore”.

LA BATTAGLIA PIU' DIFFICILE
Tra le sue vittorie, quella del maggio 1997 è stata la più importante e la più sofferta, quella contro il tumore. L’ha raccontata lui stesso, tre anni dopo. Sembrava un incontro come tanti, quel giorno di luglio, tra l’ex presidente del Consiglio e i ragazzi di una comunità per il recupero di alcolisti e di tossicodipendenti, la “Piccola comunità” di don Gigi Vian e di don Antonio Zuliani, sulle colline di Conegliano Veneto. “C’è stato un momento della mia vita in cui ho dovuto sfoderare tutta la mia voglia di resistere, la mia forza d’animo. Sapete, ragazzi, ho avuto un cancro.
Ho vissuto mesi da incubo, ma ho continuato a lavorare senza far trasparire nulla. Poi sono stato operato, ho affrontato le dovute terapie e ce l’ho fatta. E ho ricominciato con ancora più grinta”.
Berlusconi fu operato il 5 maggio: “Per fortuna – ha spiegato in seguito – il tumore era localizzato ed è stato possibile vincerlo.
Sono riuscito a venir fuori dal tunnel e a superare un periodo terribile. Fu dura, eppure mi battei con coraggio per tutta la campagna elettorale. Erano in gioco le elezioni amministrative, ma più ancora il sogno di iniziare a cambiare l’Italia.
L’ultimo giorno fu tremendo. Era la manifestazione di chiusura per l’elezione a Sindaco di Gabriele Albertini. In Piazza Duomo, a Milano, c’erano trecentomila persone. Parlai con la solita forza, con la solita passione, ma avevo la morte nel cuore. La mattina dopo dovevo entrare in sala operatoria, non riuscivo a non pensarci, ero convinto che il male fosse diffuso e incurabile”.
I clinici del San Raffaele di Milano minimizzarono e dissero che si trattava soltanto di un calcolo al rene. Il segreto rimase tale per tre anni; soltanto i familiari, gli amici più stretti, quelli di sempre, sapevano della malattia e della guarigione.
Ma perché Silvio Berlusconi ha voluto violare quel segreto, parlando in quella occasione? L’ha spiegato lui stesso, con semplicità: “Ero davanti a quei ragazzi che lottano per uscire dalla droga e dall’alcol, volevo far capire che anche i momenti più neri si possono superare, e mentre li incoraggiavo, avvertii che loro stavano pensando che per me tutto è facile perché mi chiamo Silvio Berlusconi. Allora mi decisi a raccontare quel che ho raccontato”.
Quella lunga battaglia e la sofferta vittoria sulla malattia hanno lasciato nell’animo di Berlusconi, un segno profondo, indelebile.
“ Da allora ho impresso un indirizzo diverso alla mia vita. Dopo la malattia sono tornato al lavoro con maggiore intensità, ma il cambiamento è stato un altro: oggi attribuisco meno importanza d’un tempo alle apparenze, alle ambizioni, al successo, alle cose di questa terra. Dopo aver creduto di morire ho scoperto nuovi orizzonti e nuove energie. La vita dopo simili prove cambia davvero”.
“È la conferma che di cancro si può guarire”, ha commentato il professor Umberto Veronesi, “e che la forza di volontà, il coraggio possono essere in questo di grande aiuto. E il fatto che questa confessione Silvio Berlusconi l’abbia resa davanti a degli ex tossicodipendenti è stato importante: questi ragazzi spesso non sentono di avere una prospettiva di vita. Invece bisogna porsi delle mete. E così facendo viene la voglia di raggiungerle e di superarle”.


TUTTI PER UNO...
Nel 1991 Silvio Berlusconi ricorda per Capital i suoi anni scolastici

Credo di essere stato fortunato con la mia classe, così viva e unita, e con i miei professori, tutti di buon livello. Almeno tre, anzi, superlativi. Ma non furono anni facili. Si studiava molto. Il pomeriggio, la sera dopo cena, il mattino presto. Una disciplina dura, dal ginnasio sino all’esame di maturità. Cominciò il caro don Olmi a martellarci in testa la grammatica latina e greca. Venivamo interrogati ogni giorno e non c’era scampo: alla fine verbi e declinazioni li sapevamo davvero. Imparammo così a studiare sul serio, a stare sui libri sino a capire a fondo e ricordare bene. Al liceo furono i professori di lettere ad affascinarci. In particolare don Muffatti per il latino e il greco e don Biagini per l’italiano. Ci insegnarono a comunicare. Esigevano chiarezza di contenuti, pulizia di linguaggio, “consecutio” delle argomentazioni ed equilibrio della composizione. Ci è rimasto anche il gusto della parola giusta e l’aspirazione all’etimo, alla radice del significato. Con i compagni c’erano un’intesa profonda e una grande carica umana che ci veniva dalle famiglie di provenienza. Di livello medio basso, direbbero oggi i sociologi. E naturalmente, nel gruppo contarono molto alcune individualità. Dobbiamo a questa esperienza quel senso di rispetto e simpatia che proviamo per gli altri, specialmente per i più umili. Dopo il liceo la “squadra”, professori e compagni, è rimasta davvero molto unita. Con tutti ci vediamo spesso. Non solo alla ricerca del tempo perduto...

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